Nella zona del Pratello a Bologna sono ricomparsi i soliti messaggi di apologia alle Brigate Rosse, riaprendo ferite ancora sanguinanti nella comunità cittadina. A commentare l'accaduto è Lorenzo Biagi, figlio di Massimo Biagi, il noto professore di diritto del lavoro assassinato dal gruppo terroristico il 19 marzo 2002, ormai quasi un quarto di secolo fa.

Il figlio del magistrato non nasconde il dolore provato di fronte a questi ennesimi atti di vandalismo ideologico. «Fa male», confessa nel parlare di scritte che celebrano coloro che hanno tolto suo padre dalla vita. Per Lorenzo, questi episodi rappresentano ben più di semplici imbrattamenti murali: sono il sintomo tangibile di un clima generale di odio e di assenza di civiltà democratica che continua a permeare alcuni angoli della società.

Nonostante il tempo trascorso, la ferita rimane aperta. Lorenzo racconta come il dolore della perdita si sia trasformato nel corso degli anni, pur rimanendo costante. «Mi manca», dichiara con sincerità, descrivendo come quel senso acuto e lancinante si sia evoluto in una consapevolezza più profonda. Oggi, quella mancanza si intreccia con l'orgoglio di aver avuto un padre che ha contribuito positivamente alla società italiana attraverso il suo lavoro e i suoi insegnamenti.

L'episodio accende nuovamente i riflettori sul perdurante fenomeno dell'apologia del terrorismo in Italia, in particolare nel capoluogo emiliano, dove le cicatrici della stagione di piombo rimangono visibili anche sulle mura delle città. Le parole di Biagi costituiscono una testimonianza vivente del danno che simili manifestazioni di nostalgia violenta arrecano non solo alle vittime e alle loro famiglie, ma al tessuto civile dell'intera comunità.

La data dell'anniversario si avvicina ancora una volta, portando con sé la necessità di una riflessione collettiva sulla memoria storica e sulla responsabilità di costruire una società dove la violenza politica diventi davvero un capitolo definitivamente chiuso del passato.