L'Italia invecchia sul lavoro. Secondo il rapporto dell'Inps, i cittadini vanno in pensione sempre più tardi: quest'anno l'età media ha sfiorato i 65 anni, precisamente 64,7, rispetto ai 64,5 dell'anno scorso. Un trend che disegna una traiettoria preoccupante se si considera che nel 2012 questa soglia era ferma a 61,7 anni. In poco più di un decennio, quindi, gli italiani hanno visto il traguardo della quiescenza allontanarsi di ben tre anni.
A livello economico, chi finalmente riesce a staccare dalla scrivania o dalla fabbrica riceve un assegno mensile lordo medio di 1.906 euro. Chi opta per il pensionamento anticipato, generalmente coloro che hanno accumulato una carriera lavorativa più lunga, percepisce importi superiori: 2.162 euro al mese. Una differenza che riflette gli anni aggiuntivi di contributi versati. Molto più contenuti gli importi per chi accede tramite il canale dell'invalidità, con una media di 1.130 euro mensili, mentre le pensioni di vecchiaia ordinarie non superano i 1.035 euro.
Ancora più rilevante dal punto di vista sociale è la persistenza del divario di genere nelle pensioni. Nonostante i progressi normativi degli ultimi anni, il gap di reddito tra uomini e donne che accedono alla quiescenza rimane una piaga strutturale del sistema pensionistico italiano. Le donne continuano a ricevere assegni inferiori, una conseguenza di carriere più frammentate, periodi di interruzione per maternità e inserimento del mercato del lavoro ancora penalizzante.
Il 25esimo Rapporto annuale dell'Inps, da cui emergono questi dati, offre un'istantanea impietosa della realtà previdenziale italiana. L'aumento progressivo dell'età pensionabile, sebbene in linea con le riforme europee e la crescita dell'aspettativa di vita, rappresenta comunque una sfida per i lavoratori, soprattutto quelli impegnati in mestieri usuranti. Allo stesso tempo, gli importi degli assegni restano modesti, sollevando interrogativi sulla sostenibilità economica della pensione nel nostro Paese.