Il padiglione russo riaccende i riflettori alla Biennale di Venezia dopo una lunga assenza dovuta al conflitto in Ucraina. La struttura, progettata dall'architetto Aleksej Ščusev nel 1914 e da allora simbolo della presenza moscovita alla manifestazione veneziana, aveva già richiesto interventi di restauro completati nel 2021. Ma dalla guerra del 2022 in poi, Mosca aveva scelto di restare assente o aveva ceduto lo spazio ad altri paesi.
L'ultima volta che il padiglione ha ospitato una vera esposizione è stato nel 2022, quando rimase sigillato. Gli artisti russi Kirill Savchenkov e Aleksandra Sukhareva avevano deciso di non partecipare in segno di dissenso verso l'invasione, affiancati dal curatore lituano Raimundas Malašauskas. Nel 2024 la Bolivia aveva preso in affitto la struttura, mentre l'anno scorso il rinomato architetto britannico Thomas Heatherwick aveva trasformato lo spazio in una galleria temporanea, una mossa che aveva già scatenato polemiche e proteste.
Ora, in vista dell'edizione 2026 (programmata dal 9 maggio al 22 novembre), il Cremlino annuncia il suo ritorno ufficiale. Mikhail Shvydkoy, rappresentante moscovita per la cooperazione culturale e già ministro della cultura, ha dichiarato che la Russia "non ha mai effettivamente abbandonato la Biennale". Il progetto presentato si intitola "L'albero ha radici nel cielo" e adotta un formato inusuale: una serie di esibizioni sonore concepite da ben 38 artisti diversi.
La decisione ha subito sollevato ondate di critiche nel settore artistico internazionale. La critica cinematografica Zinaida Pronchenko, su Telegram, ha sottolineato come molti troveranno giustificazioni "in nome della tolleranza e della pace", ma il messaggio sotteso rimane problematico. L'artista Marina Koldobskaya ha invece messo in discussione la credibilità stessa del progetto: secondo lei, un collettivo di oltre cinquanta creatori non può sviluppare una vera visione artistica coerente. Anzi, sostiene, un gruppo così numeroso e composito sembra costruito appositamente per evitare di prendere una posizione chiara, "poiché qualsiasi dichiarazione potrebbe generare tensioni".
I critici più severi del regime moscovita chiedono che la Biennale offra uguale visibilità anche ai dissidenti russi e agli artisti ucraini, trasformando lo spazio in luogo di pluralismo culturale autentico piuttosto che di propaganda statale. La questione rimane aperta: se il padiglione rimarrà operativo per tutta la durata della manifestazione e quale impatto avrà questa riapertura sul dibattito culturale internazionale.