Un'inchiesta della Procura di Milano per caporalato ha raggiunto Andrea Dini, imprenditore sessantunenne e cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Insieme ad altre cinque persone, Dini è indagato nell'ambito di un'operazione che mira a fare luce sullo sfruttamento lavorativo nel settore della moda e del made in Italy italiano. I pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci hanno disposto martedì un controllo giudiziario d'urgenza nei confronti della Dama Spa, l'azienda di produzione tessile guidata da Dini stesso, con sede principale a Varese.

Secondo l'accusa, la società—che genera 107 milioni di euro di ricavi annuali, 5,6 milioni di utili e impiega 309 persone, di cui 130 operai—avrebbe sfruttato lavoratori cinesi in stato di vulnerabilità economica. Questi ultimi sarebbero stati impiegati sette giorni su sette, dalle 8 del mattino fino alle 22 di sera, nella produzione di indumenti del marchio Paul&Shark, celebre brand internazionale distribuito nei più prestigiosi centri commerciali del mondo e attraverso il proprio sito web. La Dama Spa è indagata anche secondo la normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti. La misura è stata eseguita stamattina dalla guardia di finanza e dovrà ricevere convalida da un giudice per le indagini preliminari entro dieci giorni.

Il governatore Fontana ha replicato prontamente alle domande dei cronisti, definendo strumentale qualsiasi tentativo di collegarla alla vicenda del cognato. "Rivolgetevi direttamente a mio cognato, che dimostrerà senza dubbio la propria innocenza come ha fatto in altre occasioni", ha dichiarato il presidente della Regione durante una conferenza stampa a Palazzo Lombardia. Fontana ha inoltre sottolineato di non avere alcuna partecipazione azionaria o gestionale nella Dama Spa, specificando che l'azienda è interamente sotto il controllo di Dini.

Non è la prima volta che Dini viene coinvolto in procedimenti giudiziari. Il governatore ha rivendicato con una certa durezza la separazione tra la sua persona e le vicende imprenditoriali del parente, criticando quello che ha definito un «abbinamento strumentale» del suo nome con quello del cognato. "Mi sorprende più la volontà di aggiungere elementi di veleno alle vostre domande che non il desiderio di comprendere veramente i fatti", ha concluso rivolgendosi ai giornalisti presenti.