Davanti ai giudici della III Corte d'Assise di Roma, nell'aula bunker di Rebibbia, Mark Antony Samson ha reso una deposizione che ha lasciato sgomenti i presenti. L'imputato, accusato dell'omicidio della compagna Ilaria Sula, avvenuto un anno fa nel suo appartamento in via Homs nel quartiere Africano, ha confessato i propri crimini con un atteggiamento sorprendentemente freddo, quasi indifferente. Il giovane ha descritto in dettaglio come controllasse ossessivamente la ragazza attraverso i social network, utilizzando password sottratole di nascosto. "Non sapeva che possedessi l'accesso ai suoi account", ha spiegato, sottolineando come leggesse regolarmente le conversazioni con altri uomini. Quando confrontato dal pubblico ministero sul fatto che frequentava a sua volta un'altra ragazza, Samson ha evitato di rispondere, contraddicendo la propria narrazione di gelosia unilaterale.
Nel momento cruciale della ricostruzione dei fatti, l'imputato ha affermato di non ricordare il numero esatto dei colpi inferti. "È come se mi fosse sceso un velo sugli occhi", ha dichiarato, descrivendo una miscela confusa di emozioni negative durante l'aggressione. Secondo le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, Ilaria Sula è stata colpita tre volte al collo con un coltello. Il cadavere è stato poi occultato dentro una valigia e gettato in un dirupo nella zona di Capranica Prenestina. Le accuse mosse contro Samson includono omicidio volontario con l'aggravante della premeditazione, dei motivi futili e della relazione affettiva preesistente, oltre al reato di occultamento di cadavere.
Un elemento particolarmente rilevante è emerso dalla deposizione stessa: Samson ha voluto precisare che non sempre ha detto la verità durante le indagini, ammettendo di aver cercato di proteggere sua madre. La donna, già nota alle autorità, ha patteggiato una condanna a due anni per concorso in occultamento di cadavere aggravato, dopo aver confessato di aver ripulito il sangue dalla scena del crimine. Il giovane ha spiegato ai magistrati che aveva inizialmente mantenuto il silenzio su alcuni dettagli proprio per evitare che la madre venisse coinvolta nelle indagini.
In aula erano presenti i genitori della vittima, visibilmente provati dall'ascolto delle confessioni. Indossavano magliette con il volto di Ilaria, un gesto simbolico di ricerca di giustizia. Per loro, come hanno più volte ribadito, la vera giustizia corrisponde soltanto all'ergastolo, la condanna all'ergastolo perpetuo. Il processo proseguirà nelle prossime udienze, mentre la comunità romana rimane scossa da un caso che rappresenta ancora una volta il dramma dei femminicidi nel nostro paese.