La Russia si prepara a tornare in grande stile alla Biennale di Venezia quest'anno, riaprendo il suo prestigioso padiglione dopo una lunga assenza legata al conflitto ucraino. La rassegna internazionale si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre, e per l'occasione il Cremlino ha affidato lo spazio a un'installazione intitolata "L'albero ha radici nel cielo", basata su una serie di performance audio elaborate da 38 artisti provenienti da vari paesi. Una scelta compositiva che già fa storcere il naso agli addetti ai lavori.
La vicenda affonda le radici nel 2022, quando il padiglione russo rimase completamente chiuso durante la Biennale, in aperto dissenso per l'invasione dell'Ucraina. Gli artisti russi Kirill Savchenkov e Aleksandra Sukhareva, insieme al curatore lituano Raimundas Malašauskas, avevano infatti scelto di non partecipare per protesta. L'anno seguente Mosca disertò anche la Biennale di architettura. Nel 2024 il padiglione, costruito nel 1914 dall'architetto Aleksej Ščusev (lo stesso che progettò il mausoleo di Lenin), fu affittato alla Bolivia. L'anno scorso ospitò invece un'opera dello starchitetto britannico Thomas Heatherwick, scelta che scatenò ulteriori proteste dai sostenitori dell'Ucraina.
Ora il rappresentante della diplomazia culturale russa, Mikhail Shvydkoy ex ministro della cultura, sostiene che "la Russia non ha mai veramente lasciato la Biennale veneziana". Una dichiarazione che suona più come una rivendicazione politica che come una constatazione dei fatti. Nel frattempo, il mondo dell'arte internazionale solleva bandiere rosse sulla legittimità dell'iniziativa. Michał Murawski, uno dei curatori del padiglione ucraino, ha già organizzato una manifestazione di protesta al padiglione russo, accusando sia la Biennale che Heatherwick di collusione con Mosca.
La critica più penetrante viene dalla comunità creativa stessa. Marina Koldobskaya, artista di spicco, ha denunciato su Facebook come il coinvolgimento di quasi 50 persone in un unico progetto sia sintomatico: "Un gruppo così numeroso non può esprimere una vera dichiarazione artistica - ha affermato - ed è probabilmente assemblato proprio per evitare di farlo. Qualunque posizionamento potrebbe risultare problematico". La critica cinematografica Zinaida Pronchenko ha aggiunto su Telegram che inevitabilmente "ci saranno voci che difenderanno questa iniziativa invocando tolleranza e pace mondiale", lasciando intendere il carattere artifizioso di quelle giustificazioni.
La vera questione è se la Biennale possa realmente mantenere il suo ruolo di spazio aperto all'arte universale mentre gestisce il ritorno di una nazione in guerra, senza apparire complice di una manovra di soft power orchestrata dal governo di Mosca. La decisione di riaprire il padiglione, pur legittima dal punto di vista formale, arriva in un momento in cui le ferite del conflitto sono ancora fresche e la comunità internazionale dell'arte rimane profondamente spaccata sulla questione.