Nella notte è stato eliminato Ali Larijani, figura centrale nel sistema di sicurezza nazionale iraniano in qualità di segretario del Consiglio supremo per la sicurezza. L'operazione, rivendicata dal ministro della Difesa israeliano Katz, rappresenta l'ennesimo colpo inferto alla struttura di comando della Repubblica Islamica. Insieme a Larijani è stato ucciso anche il vertice delle milizie Basij, completando un quadro di progressiva decapitazione dell'apparato militare e amministrativo di Teheran dopo tre settimane di intensi bombardamenti.
Nonostante l'offensiva aerea coordinata tra Stati Uniti e Israele abbia già distrutto sedi della polizia rivoluzionaria, comandi della Guardia Rivoluzionaria e strutture delle Basij, il regime non mostra segni di cedimento militare. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le autorità di Teheran e delle principali città hanno avviato una campagna repressiva sistematica per soffocare ogni manifestazione di dissenso interno. Negli ultimi giorni sono state arrestate almeno 500 persone, accusate di comunicare con media internazionali, fornire intelligence alle forze nemiche per l'identificazione di obiettivi, o di aver celebrato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei. I media ufficiali riferiscono inoltre di undici monarchici uccisi in operazioni di sicurezza e di dieci stranieri fermati con l'accusa di spionaggio.
Il nuovo scenario presenta una leadership iraniana quasi completamente decapitata: la successione alla Guida Suprema rimane affidata a una figura fantasma, ferita e isolata, la cui ubicazione e condizioni fisiche restano ignote. Questo vuoto al vertice alimenta il terrore all'interno della nomenclatura teocratica, costretta a mantenere la coesione mentre gestisce una guerra su più fronti. Eppure, arroccato nello Stretto di Ormuz, Teheran continua a dispiegare una capacità offensiva residuale attraverso lanci di missili e droni, segnale che la resistenza persiste malgrado le perdite catastrofiche.
Gli analisti del Pentagono e del quartier generale israeliano a Tel Aviv hanno registrato una lezione strategica già emersa nei conflitti moderni: il predominio aereo, per quanto schiacciante dal punto di vista tecnologico, incontra limiti intrinseci. Il Washington Post sottolinea come nemmeno il divario tecnologico abissale tra gli Stati Uniti e un nemico di secondo piano consenta di realizzare un cambio di regime attraverso soli bombardamenti. La massima di Napoleone Bonaparte torna di attualità tra i computer analitici delle intelligence occidentali: recuperare la distanza è possibile, il tempo perduto no. Rimane aperta la domanda su quale conclusione tragga Teheran da tre settimane di guerra e quale futuro attenda il suo sistema di potere.