Una valutazione strategica rivelatasi profondamente errata ha guidato la decisione di Washington e Gerusalemme di lanciare attacchi militari contro Teheran. Secondo quanto riportato dal New York Times, alti funzionari israeliani avevano formulato un'analisi secondo cui colpire e neutralizzare una porzione consistente della dirigenza iraniana avrebbe riacceso le proteste interne con una forza tale da poter determinare il crollo del regime degli ayatollah. Il premier Benjamin Netanyahu ha abbracciato questa tesi, che successivamente è stata presentata e accettata dal presidente americano Donald Trump.
Oggi la realtà racconta una storia completamente diversa. L'ipotesi su cui si fondava l'operazione non solo si è dimostrata inesatta, ma rappresenta un errore di valutazione più profondo: una sopravvalutazione sistematica dell'efficacia della cosiddetta "decapitazione" della leadership nemica. Significativamente, molti analisti della sicurezza nazionale americana, compresi gli esperti delle agenzie di intelligence, avevano già espresso dubbi su questa strategia, formulando previsioni molto più conservative rispetto a quelle dei colleghi israeliani.
La tentazione della "decapitazione" affonda le radici nella tradizione del pensiero militare e ha sempre attratto l'interesse degli studiosi di strategia. L'appeal è intuitivo e seducente nella sua semplicità: elimina i vertici nemici e il sistema crollerà. Tuttavia questa visione semplificata commette un errore fondamentale: isola l'operazione dal contesto strategico reale in cui deve dispiegarsi, trasformandola in una ricetta universale capace di produrre effetti predeterminati indipendentemente dalle circostanze. La ricerca accademica ha invece chiaramente dimostrato che la decapitazione funziona solamente quando accompagnata da altre azioni complementari: attacchi sistematici alle risorse materiali del nemico, pressione continua sulle strutture decisionali, colpi all'apparato militare e civile, operazioni che generino "attrito strategico" attraverso manovre complesse e audaci. Solo in questo contesto integrato, l'eliminazione della leadership può produrre un danno morale sproporzionato.
L'esperienza israeliana stessa offre lezioni utili ma apparentemente ignorate in questo caso. Gli studi sull'impiego della decapitazione contro Hamas mostrano come questa tattica abbia effettivamente generato risultati quando inserita all'interno di una strategia più ampia e coordinata, non come strumento isolato. L'errore commesso nell'approccio all'Iran rivela una tendenza pericolosa dell'establishment della sicurezza israeliana: sopravvalutare sistematicamente il potenziale di operazioni spettacolari, attribuendo loro una capacità di trasformazione che non possiedono quando non accompagnate da una pressione strategica complessiva e sostenuta nel tempo.