L'Europa possiede i migliori laboratori e ricercatori del mondo, eppure non riesce a tradurre questa superiorità scientifica in innovazione farmaceutica concreta. È il risultato sorprendente di un rapporto aggiornato a luglio 2026 dalla European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations, in collaborazione con Charles River Associates, che fotografa per la prima volta anche il confronto con il Giappone.
Il divario emerge nei numeri. Nel decennio appena concluso, gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore life sciences dell'Unione europea sono cresciuti del 5,4% annuo, una cifra modesta se confrontata con il 6,4% degli Stati Uniti e il 12,1% della Cina. Ancora più preoccupante è il crollo delle sperimentazioni cliniche: la quota europea dei trial commerciali mondiali è precipitata dal 22% nel 2013 al 12% nel 2023, mentre la Cina ha compiuto l'esatto percorso inverso, passando dal 5 al 18%. Nel 2024, i ricercatori cinesi hanno sviluppato 28 nuove molecole farmacologiche, il 35% del totale globale, contro appena 18 in Europa.
La sfida competitiva si gioca anche sui tempi. Un nuovo medicinale impiega in media 430 giorni per ottenere l'approvazione nell'Ue, un processo significativamente più lento rispetto ai 356 giorni degli Stati Uniti, ai 390 della Cina e ai 290 del Giappone. Gli europei ricorrono inoltre molto raramente a procedure accelerate: nel 2024 non ne è stata utilizzata nessuna per le nuove sostanze attive, mentre negli Stati Uniti hanno riguardato il 59% dei casi. Una volta approvato, un farmaco affronta poi ulteriori ostacoli: in alcuni paesi europei, le aziende farmaceutiche devono accettare rimborsi obbligatori che raggiungono il 53%, una pressione commerciale che scoraggia l'immissione rapida sul mercato.
Secondo l'analisi, il problema non risiede nelle competenze scientifiche del continente né nella qualità della ricerca di base, ma nella capacità di gestire il percorso che separa la scoperta dalla clinica e dal mercato. L'Europa mantiene un'importante surplus commerciale nel settore e una solida base manifatturiera, ma non riesce a sfruttare questi vantaggi per attrarre gli investimenti necessari a competere con le potenze emergenti.
Nathalie Moll, direttrice generale della Federazione europea, ha definito la situazione come un momento decisivo per il continente, invitando a considerare il nuovo Biotech act come un'occasione per rilanciare la ricerca clinica, lo sviluppo e la manifattura avanzata. Secondo i dati presentati, l'Europa non può permettersi di contare esclusivamente sulla propria eredità scientifica: deve compiere scelte strutturali per accelerare l'intero ecosistema dell'innovazione farmaceutica e riprendere terreno nei confronti di Stati Uniti e Cina.