Il prossimo esecutivo colombiano guidato da Abelardo de la Espriella ha intenzione di chiudere l'ambasciata nel territorio cubano, segnando così un cambio netto rispetto alle relazioni bilaterali fra i due paesi caraibici. L'annuncio è stato formulato dal designato ministro degli Affari esteri Omar Bula, il quale ha precisato ai media locali le modalità operative di questa decisione.
Secondo il futuro titolare della Farnesina colombiana, la chiusura non comporterà una rottura totale dei legami. "Non intentiamo legittimare regimi tramite strutture ambasciali", ha dichiarato Bula, sottolineando che Bogotà manterrà comunque canali comunicativi con l'isola mediante funzionari diplomatici di rango minore, quali gli incaricati d'affari, anziché attraverso ambasciatori. L'intento dichiarato è preservare la capacità di dialogo fra le due nazioni senza conferire il prestigio istituzionale connesso a una rappresentanza ambasciatoriale.
Le relazioni fra Colombia e Cuba affondano le radici nel lontano 1902, quando entrambe le nazioni consolidarono i propri assetti repubblicani. Tuttavia, il rapporto diplomatico è stato caratterizzato da fluttuazioni significative: interruzioni avvenute nel 1961, ripristinato nel 1975, nuovamente sospeso nel 1981 e riavviato nel 1991 a livello consolare. Solo nel 1993 i due governi elevarono nuovamente lo status delle relazioni al rango diplomatico completo.
La capitale cubana ha ricoperto negli ultimi decenni un ruolo determinante sul piano della mediazione internazionale. L'Avana ospitò infatti, in stretta collaborazione con Oslo, le fasi negoziali fondamentali che portarono al dialogo fra il governo di Juan Manuel Santos e le Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (Farc), culminando con la firma dell'accordo di pace e disarmo nel 2016. Quella esperienza ha radicato storicamente Cuba come attore significativo nella stabilità regionale sudamericana.
La decisione del nuovo governo colombiano rispecchia una rotazione politica verso posizioni più conservatrici e critiche rispetto ai regimi che Washington non riconosce come democratici. La scelta rappresenta una discontinuità marcata rispetto alla gestione precedente, pur mantenendo la finestra negoziale aperta mediante canali di comunicazione informali.