Una mossa a sorpresa quella del governo panamense, che dopo aver tolto le licenze portuali alla Cina ora chiede al gigante della navigazione Cosco di riconsiderare la sospensione delle sue attività. Il ministro responsabile del Canale, José Ramón Icaza, ha ammesso ai media che la decisione della compagnia cinese di fermare le operazioni nel porto di Balboa li ha colti di fatto impreparati, pur riconoscendo l'importanza del traffico gestito dalla società asiatica.

Il contesto dello scontro rimanda ai mesi precedenti, quando Panama ha deciso di revocare le concessioni che la società britannica Ck Hutchinson deteneva sugli scali di Cristobal e Balboa, due infrastrutture cruciali per il transito mondiale. La decisione è stata supportata dalla Corte suprema panamense e ha aperto la strada all'ingresso di nuovi operatori, in particolare di una cordata riconducibile al fondo d'investimento americano BlackRock, fortemente promossa dall'amministrazione Trump. Dall'altro lato, Pechino ha reagito con durezza: oltre a ricorrere agli arbitrati internazionali avanzando rivendicazioni di risarcimento quantificate in circa due miliardi di dollari, ha spinto Cosco a bloccare le sue operazioni nel Canale.

Ora, però, il governo panamense si rende conto che questa guerra commerciale ha un costo tangibile. Cosco gestisce infatti il quattro per cento del traffico del porto, una percentuale tutt'altro che marginale per l'economia dello Stato centroamericano. Le autorità sperano dunque in un ripensamento della compagnia cinese, anche se le prospettive di una riconciliazione appaiono ancora lontane e comunque non includono una restituzione delle concessioni originarie.

Lo scontro si inscrive in una dinamica geopolitica più ampia che sta trasformando il Canale in un teatro di competizione fra superpotenze. Gli Stati Uniti intendono consolidare la propria influenza sulla rotta attraverso operatori affini ai propri interessi, mentre la Cina tenta di preservare il proprio accesso a un corridoio commerciale di importanza vitale per il suo sistema economico. Nel frattempo, fattori esterni stanno modificando gli equilibri: le tensioni nello Stretto di Hormuz fra Iran, Stati Uniti e Israele hanno reso i traffici nel Golfo Persico più rischiosi e costosi, aumentando di conseguenza l'appetibilità della rotta panamense come alternativa più sicura.

La partita rimane dunque in gioco con sviluppi incerti. Il governo panamense potrebbe presto bandire nuove gare per l'assegnazione ufficiale dei terminal, mentre si attendono i verdetti dei tribunali sulle controversie relative ai risarcimenti dovuti alla Cina. Nel frattempo, l'armatore italiano Aponte, potenzialmente associato a BlackRock e forse anche alla danese Maersk, potrebbe rientrare fra i candidati per la gestione delle infrastrutture, nel caso il progetto di vendita diretta agli americani dovesse naufragare definitivamente.