Il summit della Nato in Turchia non è stata una celebrazione dell'unità, ma piuttosto un'occasione per evitare lo scontro aperto tra gli alleati. È questa la lettura che Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group, fornisce a MediaLives News nel commentare gli esiti del vertice di Ankara e le sue implicazioni per la coesione transatlantica. Secondo l'analista, la riunione ha funzionato da termometro della salute dell'Alleanza, rivelando una situazione più "normale e costruttiva" di quanto molti osservatori si aspettassero, pur senza rappresentare una prova genuina di solidarietà compatta.

Uno dei risultati più significativi riguarda l'autorizzazione americana alla produzione locale di sistemi Patriot in Ucraina. Trump ha dato il via libera dopo il bilaterale con Zelensky e la telefonata con Putin, una scelta che Bremmer considera "un miglioramento rilevante" sul piano simbolico, anche se gli effetti concreti sulla capacità difensiva ucraina non saranno immediati. La realizzazione della filiera produttiva richiederà infatti anni di lavoro, ma il gesto politico invia un messaggio tutt'altro che secondario: il presidente ucraino possiede davvero le carte in mano, Trump ha ritrattato la decisione dello scorso aprile quando lo aveva cacciato dalla Casa Bianca, e la disponibilità americana a fare sponda con Mosca appare sempre meno convincente. Questi fattori aumenteranno significativamente la fiducia europea nella Nato e nella partnership con Washington.

Sul fronte diplomatico, però, lo scenario rimane bloccato. Nonostante i contatti bilaterali e gli scambi comunicativi, le posizioni di Kiev e Mosca restano fondamentalmente incompatibili. Bremmer sottolinea che i margini per una vera negoziazione non si sono allargati, anche a fronte del rinnovato dialogo statunitense. La Turchia, attraverso il ruolo di Erdogan, ha giocato una funzione stabilizzatrice nel rapporto tra Washington e l'Occidente, influenzando le scelte di Trump su questioni cruciali come gli F-35 e le sanzioni. Ankara ha così svolto un ruolo di contenimento delle tensioni che, secondo l'analista, ha superato in efficacia l'apporto complessivo delle istituzioni atlantiche tradizionali.

Un altro nodo cruciale emerso dalle conversazioni riguarda le debolezze strutturali dell'Europa. Se sul versante militare il Vecchio Continente sta rafforzandosi con investimenti crescenti, resta drammaticamente indietro su quello tecnologico, una lacuna che rischia di trasformarsi in dipendenza strategica. Bremmer identifica inoltre in Francia il principale fattore di rischio politico per l'equilibrio europeo, suggerendo che i veri pericoli per la coesione occidentale non derivano soltanto da minacce esterne, ma anche da dinamiche interne agli alleati più storici.