La Russia di Vladimir Putin affronta una vulnerabilità inaspettata nei suoi snodi economici vitali. Le incursioni sistematiche dell'Ucraina contro le principali strutture di raffinazione del petrolio stanno provocando una crisi energetica che tocca direttamente i grandi centri urbani. Non si tratta di episodi isolati rapidamente riparati, ma di una strategia coordinata che, dall'inizio dell'anno, ha messo fuori uso almeno otto delle dieci principali impianti petroliferi della nazione. L'ultimo bersaglio colpito è stata la raffineria di Omsk, situata in Siberia a quasi duemilasettecentokilometri dal confine ucraino, con una capacità produttiva di 460mila barili giornalieri.

Le conseguenze della guerra non rimangono confinate alle regioni di confine, ma penetrano nel cuore pulsante della Russia. A Mosca e San Pietroburgo, metropoli dove vive la classe dirigente e politica del paese, la situazione si è trasformata in emergenza concreta. I cittadini assistono quotidianamente ai segni della conflittualità: grandi incendi nelle infrastrutture, inquinamento atmosferico e soprattutto mancanza di carburante. Secondo quanto riportato da Important Stories, un'agenzia d'informazione indipendente russa, le foto di lunghe code davanti alle stazioni di servizio della capitale diventano un'immagine ricorrente, mentre le principali catene di distribuzione hanno iniziato a razionare la vendita di benzina per cliente.

Mosca dipende da quattro raffinerie principali per il suo rifornimento: Kapotnya della Gazpromneft, che da sola garantisce il 35-40 per cento della domanda; Ryazan della Rosneft; Nižnij Novgorod della Lukoil; e Yaroslavl, gestita da una joint venture tra Gazpromneft e Rosneft. Tutte hanno subito danni significativi negli attacchi coordinati. L'impianto di Kapotnya, il più critico, rimarrà fuori servizio almeno fino a fine anno a causa dei bombardamenti del 16 e 18 giugno. Questa situazione pone il Cremlino di fronte a un dilemma senza soluzioni facili: garantire i rifornimenti alla capitale significa dirottare carburante dalle altre regioni.

Sergey Aleksashenko, ex vicepresidente della banca centrale russa, ha sintetizzato il problema con una fredda valutazione della gerarchia dei bisogni: la capitale non può restare senza benzina, mentre città periferiche come Samara e Mordovia potranno essere sacrificate. Questa dichiarazione rivela come il governo russo stia ormai preparandosi ad amministrare la scarsità piuttosto che a risolverla. L'impossibilità di mantenere i livelli di produzione precedenti spinge il Cremlino verso scelte che avranno inevitabili ripercussioni sociali e politiche nelle aree meno privilegiate del paese.