Il cammino verso la parità di genere procede a passo di lumaca in Italia e nel resto del mondo. Lo evidenzia l'Osservatorio Rita Levi-Montalcini Svimez - W20, che ha analizzato i dati del Global Gender Gap 2025 pubblicati dal World Economic Forum. Nel ranking mondiale, la nazione si ferma all'85esimo posto; tra le principali economie del pianeta, quella italiana è solamente undicesima, segnalando ritardi strutturali difficili da colmare.
I numeri parlano chiaro e lasciano poco spazio all'ottimismo. A livello globale, il divario rimane ancora del 31,3% e il ritmo di avanzamento è pressoché fermo: soltanto 0,3 punti percentuali di miglioramento rispetto all'anno precedente. Mantenendo questo andamento, occorreranno ben 123 anni prima di raggiungere la completa equiparazione. Una prospettiva che rimanda il traguardo ben oltre le generazioni odierne.
Le dinamiche italiane riflettono però situazioni profondamente differenti a seconda del settore considerato. Nel campo dell'istruzione e della sanità, il Paese ha quasi azzerato lo scarto tra uomini e donne, superando il 95% di parità. Completamente diversa è la realtà economica: qui la partecipazione femminile si ferma al 61%, denunciando ancora ampi margini di diseguaglianza. Ancor più preoccupante il quadro della rappresentanza politica, dove le donne occupano solo il 22,9% degli spazi decisionali.
Sul fronte occupazionale, emergono criticità specificamente italiane che rappresentano un unicum tra le grandi potenze mondiali. Il part-time involontario raggiunge proporzioni allarmanti: una lavoratrice su due vorrebbe aumentare le proprie ore settimanali ma non trova opportunità. Nel Mezzogiorno la situazione tocca il 63,6%, mentre al centro-nord si attesta al 40,7%, comunque ben al di sopra della media europea che si ferma al 20,9%. Turismo, ristorazione, servizi alle persone e commercio assorbono la stragrande maggioranza di queste occupazioni precarie e sottodimensionate.
Il divario territoriale rappresenta un'altra ferita aperta. In cinque regioni meridionali – Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania – il tasso di inattività femminile supera addirittura il livello di occupazione, persino escludendo le donne ancora impegnate negli studi. Inoltre, le donne soffrono di una penalizzazione retributiva sistematica in tutti i settori e livelli di qualificazione, mentre le loro carriere risultano costantemente interrotte, determinando assegni pensionistici inferiori del 44% rispetto agli uomini. Paradossalmente, proprio nei Paesi del G20, le donne risultano mediamente più istruite degli uomini, ma questo vantaggio educativo non si traduce in accesso ai settori economici di domani.