La seconda amministrazione Trump torna a mettere in discussione i confini del continente americano, riprendendo con rinnovato vigore la questione della Groenlandia. Dopo il vertice Nato ad Ankara, il presidente americano ha rilanciato le sue dichiarazioni sull'isola nordatlantica, generando sconcerto negli ambienti europei. Questo nuovo capitolo della cosiddetta "Donroe Doctrine" rappresenta una sfida che va oltre la semplice retorica bellicosa, toccando equilibri geopolitici consolidati e mettendo a nudo le fragilità dell'architettura difensiva europea.

La questione non è propriamente una novità: già alla fine del 2025 Trump aveva sorpreso il mondo occidentale con la sua aggressività nel rivendicare interesse strategico verso il territorio groenlandese. A gennaio, durante il forum economico mondiale di Davos, il presidente e il segretario generale della Nato Mark Rutte avevano stipulato un accordo apparentemente conclusivo. Tuttavia, il summit di Ankara ha dimostrato che quell'intesa non possiede fondamenta solide. Le tensioni legate agli impegni finanziari sulla difesa continentale, unite al mancato sostegno europeo alle operazioni americane in Iran, hanno trasformato la questione groenlandese in un nuovo strumento di pressione della Casa Bianca.

Ciò che rende il dossier particolarmente delicato è la posizione giuridica e istituzionale della Groenlandia. L'isola rimane territorio autonomo legato alla corona danese, ma non integrato nel Regno di Danimarca. Dettaglio ancora più rilevante: Nuuk scelse nel 1985 di abbandonare la Comunità Economica Europea, acquisendo lo status di Paese e Territorio d'Oltremare. Questa configurazione giuridica crea una situazione in cui l'Ue non può formalmente intervenire direttamente, mentre Copenaghen si trova a gestire una dipendenza che non gode della protezione piena del diritto europeo.

I ricercatori dell'Istituto Affari Internazionali sottolineano come la questione esponga un duplice fallimento europeo. Innanzitutto, emerge l'ambiguità dell'articolo 42.7 del Trattato sull'Unione Europea, che riguarda le obbligazioni di difesa collettiva: in uno scenario di pressione americana sulla Groenlandia, l'Europa non possiede strumenti credibili di deterrenza. In secondo luogo, la frammentazione politica e il vuoto di capacità strategiche autonome dell'Unione rendono impossibile qualsiasi risposta coerente a quello che potrebbe configurarsi come un fatto compiuto da parte di Washington.

Rispetto ad altre leve coercitive considerate dalla Casa Bianca, la questione groenlandese presenta per gli Stati Uniti vantaggi particolari. A differenza delle tariffe commerciali, dall'impatto economico diffuso e controintuitivo, oppure dalla sospensione della collaborazione tecnologica, dalle difficili implicazioni globali, una mossa sulla Groenlandia appare più circoscritta pur essendo strategicamente rilevante. Questo fattore la rende, paradossalmente, uno strumento di negoziazione meno radicale ma potenzialmente più praticabile per Washington nel contesto della nuova competizione tra grandi potenze.