La strategia iraniana di esercitare pressione sullo Stretto di Hormuz attraverso attacchi alle navi rappresenta una mossa tattica di breve termine che nasconde calcoli geopolitici ben più complessi. Secondo l'analisi di Francesco Sisci, direttore dell'Appia Institute, Teheran sta cercando di ottenere vantaggi negoziali immediati, ma a rischio di conseguenze strategiche devastanti nel medio e lungo periodo. Gli attacchi hanno già prodotto effetti tangibili: l'8 luglio il traffico di petroliere attraverso lo Stretto è crollato a 13 unità giornaliere, rispetto alle 33 della settimana precedente. Nonostante ciò, i mercati petroliferi non stanno ancora scontando uno scenario di chiusura totale, anche se la volatilità potrebbe aumentare significativamente nelle prossime settimane senza una de-escalation.
Il problema centrale per Teheran è che minacciando il controllo dello Stretto sta consumando una leva che avrebbe valore solo se non venisse mai effettivamente utilizzata. Una volta esposto il ricatto, questa carta perde gran parte del suo potere negoziale. Nel frattempo, i Paesi del Golfo non restano con le mani in mano: stanno già sviluppando infrastrutture alternative per bypassare Hormuz, con condotte dirette verso l'Oceano Indiano e il Mediterraneo. A lungo termine, questa tendenza lascerà l'Iran intrappolato dalla propria stessa strategia, poiché solo il petrolio iraniano rimarrebbe senza rotte alternative praticabili.
Secondo l'analisi di Sisci, alcuni decisori iraniani potrebbero ritenere comunque conveniente massimizzare i vantaggi di breve termine tentando una chiusura parziale dello Stretto. Basta infatti una riduzione minima del traffico – anche solo il 10% – per far lievitare i premi assicurativi e i prezzi del greggio, generando pressione sui mercati globali con uno sforzo relativamente contenuto. È un'equazione che potrebbe sembrare vantaggiosa nel breve periodo, ma che accumula rischi crescenti.
La vera minaccia per la stabilità regionale risiede nella possibilità di una convergenza di interessi tra Washington e le potenze mediorientali contrarie alle ambizioni nucleari di Teheran. Alcuni osservatori avevano suggerito di occupare l'isola iraniana di Kharg, che controlla gli accessi a Hormuz, come soluzione definitiva. Tuttavia, le lezioni storiche di Iraq e Vietnam sconsigliano fortemente questo approccio: un'occupazione iniziale rischierebbe di trasformarsi in una lunga guerra di attrito, con le truppe americane esposte costantemente a fuoco missilistico e a operazioni di guerriglia.
Il vero costo politico della strategia iraniana potrebbe rivelarsi ben diverso dai guadagni tattici sperati. Ogni ulteriore minaccia allo Stretto rischia di alienare ulteriormente Teheran dalla comunità internazionale e di consolidare un'alleanza regionale contro i suoi interessi. Senza una soluzione diplomatica, il tempo potrebbe diventare il nemico peggiore dell'Iran: quanto più a lungo persiste la tensione, tanto più il costo dell'isolamento cresce esponenzialmente, mentre i vantaggi tattici rimangono modesti e decrescenti.