MILANO – Lo scontro che si sta consumando nel Golfo Persico continua a proiettare la sua ombra sui mercati finanziari internazionali. Nella settimana appena trascorsa, gli Stati Uniti hanno sferrato il terzo attacco contro l'Iran in soli sette giorni, scatenando una serie di rappresaglie iraniane contro almeno cinque Paesi arabi della regione. Il regime di Teheran ha ora dichiarato lo Stretto di Hormuz inaccessibile fino a ulteriori comunicazioni, sebbene Washington sostenga il contrario e prometta di garantire il passaggio sicuro alle imbarcazioni commerciali. La posta in gioco è considerevole: attraverso questo cruciale canale marittimo transita circa il venti percento del greggio mondiale e del gas naturale liquefatto destinato ai mercati globali.

I riflessi sulla quotazione dell'energia si fanno già sentire, anche se con intensità variabile. Il prezzo del gas naturale ha manifestato evidenti segnali di stress nella scorsa settimana, superando brevemente i cinquanta euro al megawattora sul mercato europeo del Ttf. Il petrolio greggio, per contro, ha mantenuto una relativa stabilità attorno ai settanta dollari al barile, un dato che secondo gli esperti potrebbe sorprendere considerando la gravità della situazione geopolitica. Sara Amato, Head of Investment Specialists Italia presso Pictet Wealth Management, ha sottolineato come il mercato rimanga nervoso ma non ancora in preda al panico, anche se il quadro complessivo presenta rischi crescenti.

Ciò che veramente preoccupa gli analisti non è tanto il costo della materia prima grezza, quanto il prezzo finale che i consumatori pagano alla pompa di benzina. Infatti, mentre il greggio non ha superato gli ottanta dollari, il costo della benzina raffinata ha registrato aumenti proporzionalmente superiori rispetto alle quotazioni delle materie prime grezze. La ragione risiede nella ridotta capacità di trasformazione globale: le raffinerie nel mondo arabo e in Russia operano con produzioni drasticamente ridotte a causa dei conflitti in corso, creando un collo di bottiglia nel processo di raffinazione.

Lo scenario si complica ulteriormente considerando l'arrivo della stagione invernale, quando la domanda di energia raggiunge i picchi annuali. Con le scorte strategiche ormai ridotte ai minimi termini e la capacità produttiva mondiale compromessa, gli operatori di mercato temono una seconda metà dell'anno caratterizzata da volatilità elevata e possibili sorprese inflazionistiche nel comparto energetico.

Su questo terreno complesso si innesta anche l'attività delle banche centrali e la presentazione dei risultati finanziari dei principali istituti di credito statunitensi. Questi appuntamenti assumeranno particolare rilevanza per capire come gli operatori finanziari stiano fronteggiando l'incertezza geopolitica e quali segnali le autorità monetarie intendono trasmettere sul fronte dei tassi di interesse, elementi che potrebbero fornire importanti indicazioni sulla direzione futura dei mercati.