La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha emesso una sentenza destinata a cambiare il modo in cui viene interpretato il divieto di diffusione della propaganda russa nel vecchio continente. Lo scorso 2 luglio, i giudici di Lussemburgo hanno chiarito un aspetto fondamentale delle sanzioni comunitarie nei confronti di Mosca: il blocco dei contenuti di Russia Today e degli altri organi di informazione riconducibili al Cremlino non si limita alle grandi piattaforme o agli operatori economici, ma si estende a qualunque soggetto – persona fisica o giuridica – che condivida o faciliti la circolazione di questi materiali.
Il caso è stato portato davanti ai giudici europei dalla Germania, dove alcuni cittadini sono stati incriminati per aver ricondiviso articoli e contenuti provenienti da Russia Today Germania. La Corte ha dovuto interpretare il regolamento sulle sanzioni alla Russia del 2014, in particolare l'articolo che vieta agli "operatori" la radiodiffusione e la diffusione di contenuti legati alle entità elencate nell'allegato XV come propagandisti del Cremlino. Il termine "operatore", sottolinea la sentenza, deve essere compreso in senso ampio: include cioè qualunque persona che partecipi alla diffusione dei contenuti vietati, anche in modo non retribuito e tramite siti Internet finanziati da contributi spontanei.
Secondo l'interpretazione della Corte, dunque, anche un cittadino che semplicemente condivida un articolo di Russia Today sui social media o su forum online potrebbe tecnicamente violare le sanzioni europee. La sentenza rappresenta un inasprimento significativo delle misure contro la propaganda russa e apre interrogativi importanti sull'equilibrio tra la lotta alla disinformazione estera e il diritto alla libertà di espressione. Il provvedimento rappresenta inoltre un segnale forte verso coloro che in Italia e negli altri Paesi Ue rilanciano consapevolmente messaggi provenienti dalla Russia.
L'azione della Corte rafforza il quadro normativo europeo nella lotta alla manipolazione informativa straniera, tema diventato centrale nella strategia di sicurezza dell'Ue. La sentenza rilanc ia anche il dibattito sulla trasparenza delle campagne di influenza riconducibili a Mosca, creando obblighi più stringenti per chiunque faciliti, anche involontariamente, la propagazione di questi contenuti nel dibattito pubblico europeo.