Una nuova ondata di bombardamenti ha investito l'Iran nella notte tra sabato e domenica. Gli Stati Uniti hanno colpito cinque centri urbani nelle province meridionali: Asaluyeh, Dir, Bushehr, Dashti e Tangestan. Si tratta di zone ad altissima sensibilità strategica per la Repubblica islamica, poiché ospitano infrastrutture energetiche critiche e la centrale nucleare di Bushehr. Secondo il Comando Centrale americano, sono stati colpiti circa 140 obiettivi tra siti missilistici, postazioni di droni, mezzi navali, magazzini di munizioni, sistemi di comunicazione e strutture di controllo costiero.
I raid rappresentano una risposta diretta all'ennesimo attacco delle Guardie Rivoluzionarie nel Golfo Persico. Domenica scorsa, le forze paramilitari iraniane hanno preso di mira la nave cargo Gfs Galaxy, battente bandiera cipriota, nel cruciale Stretto di Hormuz. L'attacco ha provocato un incendio a bordo e costretto l'equipaggio ad abbandonare il mercantile. Washington ha utilizzato l'episodio come giustificazione per lanciare la campagna di bombardamenti, enfatizzando la natura aggressiva e ingiustificata dell'azione iraniana.
Ma dietro questi scontri tattici si cela uno scontro politico ancora più profondo. Pochi giorni prima degli ultimi bombardamenti, la nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha pubblicato un manifesto di vendetta contro Donald Trump, Benjamin Netanyahu e i leader occidentali, inclusa la premier italiana Giorgia Meloni. Khamenei, rimasto ferito e mutilato nel bombardamento israeliano-americano del 28 febbraio che ha ucciso suo padre Ali e gran parte della famiglia, ha lanciato un appello tribale alla ritorsione che ha subito trovato eco tra i fondamentalisti islamici globali e i sostenitori più radicali del regime. Il manifesto raffigurava i leader nel mirino e ha innescato una pericolosa escalation retorica.
Da parte sua, il presidente americano ha controbattuto con dichiarazioni altrettanto provocatorie, minacciando di cancellare l'Iran dalla carta geografica e annunciando di avere "mille e poi altri mille missili" puntati verso la Repubblica islamica. Mentre Khamenei manteneva un tono principalmente propagandistico, Trump ha trasformato queste parole in azioni concrete, moltiplicando le operazioni militari che stanno devastando le infrastrutture iraniane.
Paradossalmente, la pressione militare americana sta forzando Teheran al tavolo dei negoziati per un possibile accordo di pace. Tuttavia, gli iraniani sembrano utilizzare queste trattative come strumento dilatorio: continuano infatti a sviluppare il programma nucleare nei bunker sotterranei e riavviano su larga scala la produzione di missili e droni. Una strategia che alimenta il conflitto interno nel regime tra la linea moderata, interessata a trovare un'uscita dalla crisi, e la fazione bellicosa dei pasdaran, che preferirebbe prolungare le ostilità indipendentemente dal costo umano per la popolazione iraniana.