Un appuntamento cruciale per denunciare gli abusi ai danni della popolazione civile ucraina. Domani, in apertura della sessione del Consiglio Affari Esteri dell'Unione Europea, Helen McEntee, ministra irlandese degli Affari Esteri, e Kaja Kallas, Alto Rappresentante dell'Ue, co-presiederanno un incontro informale durante il quale verranno discussi i crimini commessi nelle zone occupate dalla Russia. Al tavolo siederanno anche il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha e rappresentanti della società civile come Oleksandra Matviichuk e Maksym Butkevych, esperti di violazioni dei diritti umani.

L'appuntamento rappresenta un momento di grande simbolismo politico: Bruxelles intende inviare un messaggio di solidarietà a Kiev mentre la guerra prosegue. Nel corso della riunione è prevista l'adozione di una dichiarazione congiunta che coinvolgerà tutti e 27 gli Stati membri dell'Ue insieme con l'Ucraina, sottolineando l'unità europea nel contrasto agli abusi.

Accanto alla condanna formale, arriveranno anche provvedimenti concreti: il Consiglio dovrebbe approvare una nuova serie di sanzioni specificamente rivolte contro le strutture di detenzione russe implicate nel trattamento di prigionieri di guerra e civili ucraini. Si tratterà di misure inserite nel quadro normativo relativo alle violazioni dei diritti umani perpetrate in territorio russo.

Secondo l'Ong International Partnership for Human Rights, il fenomeno è di proporzioni allarmanti. L'organizzazione documenta «detenzioni arbitrarie di civili nei territori controllati dalle forze russe, il successivo trasferimento in carceri situate sia in zone occupate sia nella Federazione Russa, accompagnato dall'isolamento totale da familiari, avvocati e osservatori indipendenti». Ma il dato numerico rappresenta solo una parte del problema.

I dettagli inquietanti emergono dalle testimonianze raccolte: la Russia utilizzerebbe sistematicamente l'isolamento, le sparizioni forzate, le torture e la violenza sessuale come strumenti di controllo della popolazione occupata. Gli incontri forzati nei centri di detenzione includerebbero anche procedimenti giudiziari coercitivi. «I civili vengono inoltre usati come leva di pressione politica», evidenzia l'Ong, «mentre i canali per il loro rilascio rimangono informali e spesso vincolati a logiche di scambio di prigionieri pensate per i combattenti, non per chi è detenuto illegalmente».