La Cina si confronta con una realtà macroeconomica che non può più ignorare: produce molto più di quanto i suoi cittadini e il suo mercato interno riescono ad assorbire. Questo squilibrio, evidente da tempo agli analisti internazionali, ha iniziato a permeare anche i vertici decisionali di Pechino, trasformandosi da questione tecnica relegata ai laboratori economici a tema centrale nel dibattito politico ufficiale del paese.

Secondo l'ultimo rapporto del Fondo Monetario Internazionale dello scorso luglio, due terzi dell'allargamento degli squilibri commerciali globali registrato nel 2024 proviene dalle principali economie mondiali, con la Cina in prima linea. Il paese asiatico vanta un avanzo commerciale record di 1.200 miliardi di dollari e un surplus nelle partite correnti pari al 2,3% del PIL nel 2024, destinato a salire al 3,3% nel 2025. Questi numeri riflettono un modello economico dove la capacità produttiva strutturale supera sistematicamente la domanda domestica, costringendo Pechino a riversare i propri beni sui mercati globali.

La novità più significativa emerge dalle dichiarazioni ufficiali della leadership cinese nei mesi recenti. Durante la Conferenza Centrale di Lavoro Economico dello scorso dicembre, il governo ha indicato il rilancio dei consumi interni come "prima priorità economica" per il 2026. La rivista teorica Qiushi ha pubblicato una raccolta degli interventi di Xi Jinping sull'argomento dal 2015, enfatizzando come l'espansione della domanda interna rappresenti "una mossa strategica" nazionale. Wang Changlin, vicedirettore della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, ha riconosciuto a gennaio che lo squilibrio tra un'offerta eccessiva e una domanda debole costituisce "un problema prominente" che richiede interventi strutturali.

La questione non riguarda più semplicemente se sia necessario un riequilibrio — su questo il consenso è ormai consolidato — ma piuttosto quale forma debba assumere e quali settori economici vadano privilegiati. La bozza del 15° Piano Quinquennale per il periodo 2026-2030 rappresenta un cambio di paradigma: per la prima volta fissa come obiettivo un "aumento significativo della quota dei consumi delle famiglie sul PIL", segnalando l'intenzione di rimodellare le fondamenta della crescita cinese.

L'analisi macroeconomica identifica tre protagonisti nei flussi finanziari: il settore privato, il settore pubblico e il resto del mondo. Il settore privato cinese mantiene da anni un robusto surplus, oscillando tra l'11% e il 18% del PIL, con picchi nel 2020 e una rinascita dal 2022 in avanti. Di converso, il disavanzo pubblico si è progressivamente dilatato, passando dal 9% del PIL nel 2015 agli attuali 14-15%. Questo squilibrio interno genera conseguenze che vanno ben oltre i confini nazionali, impattando sulle catene di valore europee e sulla stabilità economica globale. Il riequilibrio della domanda interna rimane quindi tanto una sfida tecnica quanto una questione geopolitica che interessa direttamente i principali partner commerciali della Cina.