Un analista israeliano sostiene che la tensione nel Golfo Persico non sarebbe frutto di una contingenza geopolitica, bensì il risultato di un calcolo strategico della Repubblica Islamica dell'Iran. Secondo Milshtein, Teheran avrebbe intenzionalmente alimentato la crisi dello Stretto di Hormuz come manovra distraente per evitare negoziati più scomodi sul proprio programma nucleare.
L'esperto sostiene che dietro l'escalation vi sia un disegno preciso: spostare l'asse della discussione internazionale dalla questione atomica al tema della navigazione commerciale nel Golfo. In questo modo, l'Iran potrebbe condurre trattative incentrate su accordi relativi al traffico navale, argomenti ritenuti meno compromettenti rispetto al dossier nucleare.
L'ipotesi prospettata da Milshtein suggerisce che Teheran utilizzerebbe la creazione di una crisi nel golfo come elemento di negoziazione, trasformando una situazione di pericolo militare in un'opportunità diplomatica per allontanare lo scrutinio internazionale dalle sue attività nucleari. Secondo questa interpretazione, la crisi nel Golfo non rappresenterebbe una conseguenza non intenzionale di tensioni regionali, ma piuttosto una mossa tattica consapevole.
La tesi dell'analista israeliano si inserisce in un contesto di rinnovate preoccupazioni internazionali riguardanti il programma nucleare iraniano e i tentativi, finora inconcludenti, di giungere a un accordo sulla non proliferazione. Le dichiarazioni di Milshtein suggeriscono quanto complessa sia la situazione diplomatica in Medio Oriente, dove le crisi militari e gli intrecci negoziali si intrecciano in modo intricato.