La questione delle possibili sanzioni commerciali contro Israele per i beni provenienti dai territori occupati rimane bloccata a Bruxelles da questioni procedurali. Secondo quanto riferito da fonti europee coinvolte nel dossier, l'ufficio legale del Consiglio dell'Unione europea non ha potuto fornire un parere vincolante sulla base normativa da utilizzare, principalmente perché la Commissione europea non ha ancora presentato una vera e propria proposta legislativa, bensì solo un documento preliminare di valutazione delle opzioni disponibili.

L'organo giuridico del Consiglio, pur non potendosi esprimere formalmente, ha tuttavia segnalato che in precedenti occasioni misure commerciali di natura sanzionatoria – come quelle adottate contro i diamanti insanguinati nel quadro del Processo di Kimberley in Africa – sono state inquadrate nell'ambito della regolamentazione commerciale e approvate con il voto a maggioranza qualificata degli Stati membri. Un precedente che potrebbe, in teoria, applicarsi anche alla questione israeliana.

Tuttavia, gli Stati membri dell'Ue rimangono profondamente divisi sulla questione procedurale. Mentre alcuni paesi sembrano propendere per l'utilizzo della maggioranza qualificata – ritenendo applicabile il modello storico delle sanzioni commerciali – la Commissione europea sostiene fermamente che una decisione di questa portata richieda l'unanimità di tutti i ventisette Stati. Una posizione che rende particolarmente complessa l'adozione di qualunque misura, poiché anche un singolo governo può bloccarla.

Lo stallo procedurale rappresenta dunque il vero ostacolo al progresso del dossier. Finché non sarà chiarita la base giuridica e non arriverà una proposta concreta da parte dell'Esecutivo europeo, il dibattito rimarrà circoscritto alle considerazioni tecniche. Nel frattempo, le divisioni politiche tra i Ventisette continuano a riflettersi anche su questo aspetto metodologico, rendendo ancora più complesso il raggiungimento di un accordo.