Claudio Descalzi, amministratore delegato dell'Eni, ha lanciato un allarme chiaro nei mesi scorsi: l'architettura tradizionale della sicurezza energetica globale non esiste più. Ma il vero significato di questa diagnosi emerge non dalle dichiarazioni, bensì dalle mosse concrete che il colosso italiano sta portando avanti. Una serie coordinata di investimenti e partnership, avviata dall'inizio del 2025, sta trasformando il pensiero strategico del numero uno di Eni in azioni tangibili sul terreno.

Dalla partecipazione nel litio cileno fino all'ingresso nel mercato dell'Lng argentino, passando per una nuova joint venture asiatica nel gas costruita insieme a Petronas e un accordo di trading con il fondo Mercuria, il portafoglio di mosse di Eni non rappresenta una semplice raccolta di opportunità commerciali isolate. Piuttosto, costituisce l'attuazione sistematica di una visione: in un mondo dove le forniture rimangono cronicamente fragili, la sopravvivenza appartiene a chi riesce a moltiplicare velocemente le proprie fonti, le rotte di approvvigionamento e i partner industriali, superando i competitor.

Le ragioni di questa svolta non sono teoriche. Dai combattimenti scoppiati in marzo intorno all'Iran, il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz ha registrato un crollo vertiginoso: il transito si è ridotto del 95 per cento, mentre il traffico navale quotidiano ha subito un nuovo dimezzamento da luglio. Nel periodo tra l'inizio della campagna di bombardamenti e fine maggio, le scorte petrolifere globali, prevalentemente quelle strategiche dell'Ocse e le partite trasportate via mare, sono state attinte per circa 350 milioni di barili. A maggio, il ritmo di consumo dalle riserve ha toccato livelli mai registrati nemmeno durante il Covid.

Descalzi non considera questo scenario temporaneo. Lo inquadra come il terzo episodio di una sequenza che in cinque anni ha già incluso la pandemia e la guerra in Ucraina. Gli impatti su disponibilità, costi di trasporto e premi assicurativi non si sono azzerati: si sono accumulati. Il messaggio è severo: senza correzioni di rotta, il mercato raggiungerà un punto critico nel primo trimestre del 2027. L'Europa, secondo l'ad dell'Eni, risulta la più vulnerabile, avendo costruito negli anni post-Covid una narrazione che dava l'addio agli idrocarburi come certo e inarrestabile.

Per rispondere a questa sfida, Descalzi propone una «geoeconomia dell'energia» fondata su diversificazione sia delle risorse che delle aree geografiche di provenienza, su integrazione verticale della catena produttiva e su un rinnovato ruolo strategico per Africa e Sud America. Non è un programma di sostenibilità, ma una ricetta di sopravvivenza industriale: Eni sta già costruendo questa strategia attraverso partnership internazionali e apertura a capitali esterni nei propri asset, trasformando il rischio geopolitico in opportunità di crescita.