Il presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva ha lanciato un'accusa pesante nei confronti degli Stati Uniti, definendo come un atto di «pirateria» il progetto dell'amministrazione Trump di controllare lo Stretto di Hormuz e riscuotere pedaggi dalle imbarcazioni commerciali che lo attraversano. Durante un evento pubblico a San Paolo, il leader brasiliano ha commentato con tono critico la proposta statunitense di diventare il «guardiano» di una delle rotte marittime più strategiche del pianeta.
«Trump sostiene che riaprirà lo Stretto di Hormuz, ma che ogni nave e ogni proprietario di petrolio dovrà versargli il 20%», ha spiegato Lula descrivendo il piano americano. Secondo il presidente brasiliano, questa pratica rappresenterebbe un ritorno a metodi che il diritto internazionale ha da tempo condannato. «In passato questo sistema si chiamava pirateria», ha proseguito, sottolineando il paradosso di una grande potenza che adotta le stesse tattiche che storicamente ha combattuto.
La critica di Lula non si limita all'aspetto formale della proposta, ma affonda nel suo carattere morale e politico. Il presidente ha enfatizzato che «uno Stato di primo piano come gli Stati Uniti, che per decenni ha condotto operazioni militari contro la pirateria marittima, non dovrebbe tornare a comportarsi da pirata». Secondo la sua visione, garantire la sicurezza della navigazione internazionale rappresenta una responsabilità intrinseca della comunità internazionale, non un servizio soggetto a pagamento.
Lula ha inoltre evidenziato il nesso tra il conflitto in Medio Oriente e questa iniziativa economica. «Gli Stati Uniti scatenano una guerra e poi cominciano a far pagare le navi che transitano nello stretto per proteggerle», ha osservato, criticando quello che ritiene un tentativo di profittare dalla destabilizzazione regionale. Il leader brasiliano ha concluso definendo questa strategia come «anormale» e contraria ai principi democratici: «Non è ordinario, non è corretto, non è democratico lucrare sulla disgrazia altrui».