Un nuovo terremoto politico scuote Budapest. Il Parlamento ungherese ha approvato oggi un emendamento costituzionale che di fatto toglie di mezzo Tamas Sulyok dalla carica di Presidente della Repubblica. La decisione, votata a mezzogiorno, rappresenta un'ulteriore smantellamento dell'architettura politica costruita da Viktor Orbán negli ultimi anni. Peter Magyar, premier del paese e leader del partito Tisza, ha commentato il risultato sottolineando come si tratti di "un passaggio cruciale nel smantellamento della struttura corruttiva che ha caratterizzato il regime precedente". Forte di una maggioranza parlamentare di due terzi, Magyar ha il potere di modificare direttamente la Costituzione ungherese.
L'emendamento approvato oggi contiene diverse misure strutturali volte a riformare le istituzioni. Oltre alla destituzione di Sulyok, il testo fissa a dodici anni il massimo dei mandati per i deputati, innalza a settant'anni il limite d'età per i giudici della Corte costituzionale e istituisce un nuovo organismo per il recupero dei beni pubblici. Quest'ultimo ufficio avrà il compito esplicito di rientrare in possesso dei fondi che, secondo l'accusa del governo, sarebbero stati sottratti dalle élite oligarchiche durante il quindicennio orbániano.
La questione ungherese rimane tuttavia intrecciata con le dinamiche europee. Bruxelles aveva congelato circa sedici miliardi di euro destinati all'Ungheria a causa delle preoccupazioni relative allo stato di diritto. Magyar ha negoziato con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione e compagna di partito nel Ppe, ottenendo lo sblocco di quella cifra a fronte di impegni precisi nelle riforme istituzionali. Rimangono ancora congelati circa due miliardi di euro aggiuntivi, subordinati alla prosecuzione del percorso di rafforzamento dello stato di diritto, delle misure anticorruzione e della libertà accademica. Thomas Byrne, ministro irlandese per gli Affari europei, ha ribadito in Commissione come Bruxelles seguirà con attenzione l'evoluzione del dossier ungherese.
Ma emerge un paradosso costituzionale non da poco: l'emendamento, per diventare effettivamente legge, necessita della controfirma dello stesso Sulyok. Il presidente ungherese ha ora cinque giorni per decidere se apporre la firma a un documento che lo estromette dal suo incarico. Gli ambienti vicini a Orbán denunciano l'inizio di una "crisi costituzionale", con Balazs Orbán, ex consigliere del leader di Fidesz, che per primo ha lanciato l'allarme. Tuttavia Magyar ha già preannunciato che, qualora Sulyok rifiutasse, il governo procederà comunque tramite procedimenti alternativi. Budapest continua dunque il suo percorso di rottura con il passato, mentre Bruxelles osserva con una miscela di speranza e cautela.