Una complessa operazione clandestina orchestrata dai servizi segreti israeliani ha puntato a trasformare Mahmoud Ahmadinejad, l'ex presidente iraniano noto per le sue posizioni intransigenti, in una risorsa intelligence operante a Teheran. Secondo l'inchiesta pubblicata dal New York Times, basata sui resoconti di Mark Mazzetti, Julian E. Barnes, Farmaz Fassihi e Ronen Bergman, il Mossad avrebbe profuso ingenti sforzi per convincere l'ex leader a collaborare con Gerusalemme in veste di informatore.

La strategia di reclutamento includeva una serie di incontri organizzati all'estero, durante i quali gli agenti avrebbero tentato di persuadere Ahmadinejad sui vantaggi di una possibile alleanza. L'operazione raggiungeva il suo culmine quando i servizi israeliani avrebbero persino pianificato un intervento a sorpresa presso la residenza dell'ex presidente, pronto a trasportarlo in luogo sicuro nel caso in cui avesse acconsentito alla proposta. Tuttavia, in un momento decisivo, Ahmadinejad respinse categoricamente ogni accordo, vanificando mesi di preparativi.

La notizia della fallita operazione emerge in un momento particolarmente delicato della geopolitica mediorientale: poco tempo dopo il rifiuto, Ahmadinejad è riapparso pubblicamente ai funerali della Guida Suprema Ali Khamenei, sollevando interrogativi sui suoi attuali movimenti e sulla possibile rinegoziazione dei suoi rapporti all'interno dell'establishment iraniano. La sua misteriosa ricomparsa suggerisce dinamiche ancora non completamente chiarite negli equilibri di potere all'interno della Repubblica Islamica.

L'episodio, rimasto segreto fino alla rivelazione del quotidiano newyorchese, rappresenta uno dei tentativi più audaci condotti dai servizi di Gerusalemme per penetrare le strutture decisionali di Teheran. Ahmadinejad, presidente dal 2005 al 2013, rimane una figura controversa sia nel contesto interno iraniano che nella comunità internazionale per le sue dichiarazioni e il suo approccio belligerante verso lo Stato ebraico.

L'operazione fallita sollevà questioni sulla vulnerabilità dei vertici politici iraniani e sulla sofisticazione raggiunta dall'intelligence israeliana nel condurre attività encriptate nel territorio nemico. Allo stesso tempo, il rifiuto di Ahmadinejad dimostra come anche personalità ritenute potenzialmente malleabili possono mantenere lealtà geopolitiche impenetrabili, specialmente quando coinvolte in giochi di potere interno di natura complessa e stratificata.