Una procedura semplice e veloce potrebbe rivoluzionare il modo in cui diagnostichiamo l'Alzheimer, identificando la malattia prima ancora che il paziente avverta i primi deficit cognitivi. Il merito va al team guidato dal professor Bradley J. Goldstein presso Duke Health, che ha messo a punto un innovativo test nasale pubblicato sulla rivista Nature Communications. I risultati sono promettenti: lo screening ha identificato l'81% dei soggetti affetti da forme asintomatiche della malattia.
I numeri rendono ancora più urgente questa scoperta. Attualmente il morbo di Alzheimer interessa circa 55 milioni di persone globalmente, ma le proiezioni sono allarmanti: si stima che entro il 2030 i malati raggiungeranno i 78 milioni, per poi salire a 139 milioni nel 2050. La diagnosi precoce diventa quindi una priorità sanitaria, considerando che il riconoscimento tempestivo della patologia potrebbe permettere interventi terapeutici prima che il danno neuronale diventi irreversibile.
Come funziona il test? La metodica è notevolmente semplice e non invasiva. Il medico applica uno spray anestetico nelle fosse nasali, quindi introduce un piccolo pennello nella parte superiore del naso, dove risiede l'epitelio olfattivo ricco di neuroni. In pochi minuti vengono raccolte le cellule nervose responsabili dell'olfatto, che vengono successivamente analizzate in laboratorio. L'analisi genetica permette di identificare quali geni risultano attivi in queste cellule, rivelando così alterazioni biologiche associate all'Alzheimer.
La scelta del naso come punto di accesso per lo studio del cervello non è casuale. L'epitelio olfattivo contiene neuroni che comunicano direttamente con l'ambiente esterno e rappresenta dunque una finestra privilegiata sulla salute cerebrale, offrendo segnali affidabili circa i processi neurodegenerativi in corso. La malattia di Alzheimer comporta una progressiva perdita delle funzioni cognitive e della memoria, accompagnata da atrofia cerebrale, accumulo di beta-amiloide, formazione di placche senili e aumento della proteina Tau.
Sebbene le cause rimangono ancora parzialmente oscure, la ricerca ha identificato numerosi fattori di rischio: il 90% dei casi insorge senza familiarità genetica, mentre solo il 10% presenta effettiva ereditarietà. Tra i fattori predisponenti figurano l'obesità, l'ipertensione arteriosa, il diabete di tipo 2, l'ipercolesterolemia, i traumi cranici, il fumo, l'abuso di alcol, l'isolamento sociale e la depressione. Questa ricerca rappresenta quindi un passo decisivo verso la prevenzione e la gestione precoce della patologia, offrendo ai clinici uno strumento diagnostico rapido, economico e potenzialmente salvavita.