Le prime proiezioni sul referendum hanno scatenato reazioni che vanno oltre il semplice commento politico. Nei principali tribunali italiani, magistrati legati all'Anm (Associazione nazionale magistrati) si sono radunati per seguire lo scrutinio. A Milano, nella sede dedicata all'associazione al primo piano del tribunale, sono scoppiati applausi quando i dati hanno iniziato a mostrare il vantaggio del No. Scene analoghe si sono verificate a Napoli, dove circa cinquanta giudici si sono riuniti e hanno celebrato i risultati con bottiglie di champagne e l'intonazione della canzone "Bella Ciao".

L'atmosfera ha assunto caratteri che ricordano più le celebrazioni partitico-elettorali che le reazioni professionali di un settore dello Stato. Sebbene alcuni colleghi abbiano tentato di moderare l'entusiasmo ricordando il carattere preliminare degli exit poll, la tensione celebrativa è rimasta elevata. Questo atteggiamento ha sollevato interrogativi sulla linea che separa l'esercizio della funzione giudiziaria dall'impegno politico diretto. La campagna referendaria promossa da queste correnti magistratiche era stata particolarmente aggressiva, evidenziando una presa di posizione netta su un tema destinato ai cittadini.

L'aspetto critico della vicenda risiede nella differenza tra il referendum sulla giustizia e una consultazione sui magistrati stessi. Il voto rappresentava un parere della collettività sulla gestione complessiva del sistema giudiziario, non un'approvazione personale della categoria. Tuttavia, la reazione osservata trasformava la decisione popolare in una convalida della posizione della magistratura organizzata, confondendo i ruoli tra chi amministra la giustizia e chi formula valutazioni politiche.

Il comportamento documentato nei tribunali ha reso manifesto ciò che critici sostengono da tempo: l'assenza di una chiara separazione tra funzione tecnico-giudiziaria e militanza ideologica. La sovrapposizione non è più un sospetto bensì una realtà evidente. Se il sistema giudiziario è effettivamente un servizio pubblico destinato all'intera collettività, l'esultanza per il mantenimento dello status quo da parte di chi lo amministra evidenzia un conflitto di interessi significativo.

La celebrazione non riguardava un miglioramento dell'efficienza o l'approvazione di una riforma condivisa, bensì il blocco di un tentativo di modifica percepito come minaccia al sistema esistente. Contestualmente, Cesare Parodi ha annunciato le proprie dimissioni dalla presidenza dell'Anm, comunicate al comitato direttivo poco prima delle 15, aggiungendo una dimensione organizzativa alla già complessa situazione.