Il voto referendario sulla riforma della giustizia ha stravolto le previsioni degli osservatori politici. A dispetto dei sondaggi che indicavano uno scenario completamente diverso, gli italiani hanno scelto di respingere la modifica costituzionale con un margine così ampio da sorprendere perfino gli esperti più esperti. L'affluenza stessa, contrariamente a quanto tutti si attendevano, ha raggiunto numeri inaspettatamente alti, trasformando la consultazione in un evento politico di rilievo nazionale.
L'analisi dei risultati non lascia dubbi: il referendum ha assunto un carattere profondamente politico, trasformandosi in un voto di fiducia o sfiducia nei confronti dell'esecutivo e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Ancora più significativo è il fatto che al momento dell'apertura della campagna referendaria, il Sì registrava un vantaggio di ben 10-15 punti percentuali, mentre il fronte progressista risultava frammentato, con forze come Azione che appoggiavano la linea governativa. Nonostante la complessità tecnica della materia e il fatto che la popolazione italiana tradizionalmente nutre dubbi sulla magistratura come istituzione, gli equilibri si sono invertiti completamente.
A determinare questo capovolgimento concorrono molteplici fattori, nessuno dei quali isolatamente decisivo. In primo luogo emerge il peso della politica estera: il sostegno incondizionato fornito dall'Italia a Donald Trump ha rappresentato un'ancora al collo della premier. Trump, già impopolare negli Stati Uniti con indici di consenso molto bassi, gode di ancora minore simpatia nel nostro paese. L'endorsement italiano per l'amministrazione americana, insieme alla posizione ambigua dell'Italia sui bombardamenti in Iran (il cosiddetto "non approvo e non condanno"), ha erodito il consenso che Meloni aveva accumulato anche tra i segmenti più moderati dell'elettorato.
Altrettanto determinante si è rivelato l'impatto economico delle politiche trump-friendly: il riallineamento geopolitico ha provocato un sensibile aumento dei prezzi dei carburanti, trasformando gli endorsement per Trump da scelta diplomatica a fatto concreto sulla spesa delle famiglie italiane. Quello che sulla carta rappresentava un calcolo di politica internazionale si è convertito in una penalizzazione diretta della qualità della vita dei cittadini, moltiplicando i motivi di insoddisfazione verso il governo e la sua leader.