Bologna celebra una delle figure più significative ma trascurate della storia della fotografia del secolo scorso. Palazzo Pallavicini accoglie fino a data da definirsi «Ruth Orkin. The Illusion of Time», la prima antologica internazionale dedicata alla fotografa e cineasta americana nata a Boston nel 1921 e scomparsa a New York nel 1985. La mostra, curata da Anne Morin, si inserisce in un progetto più ampio che l'istituzione bolognese ha sviluppato negli ultimi anni per valorizzare le donne che hanno tracciato i percorsi della fotografia moderna, da Vivian Maier a Tina Modotti, da Lee Miller fino appunto a Orkin.

La carriera di Ruth Orkin affonda le radici nei meandri di Hollywood. Figlia di Mary Ruby, attrice del cinema muto, la fotografa è cresciuta negli anni Venti e Trenta tra i set e gli studi cinematografici americani, nutrendosi del sogno di diventare regista. Un'aspirazione però destinata a rimanere frustrata: negli Stati Uniti del primo Novecento le donne erano sistematicamente escluse dalle posizioni di regia. Anziché arrendersi, Orkin ha saputo trasformare questo ostacolo in opportunità creativa, elaborando un linguaggio visivo estremamente originale che fondeva la fotografia fissa con il linguaggio del movimento cinematografico.

L'opera di Orkin si distingue per uno stile caratterizzato da eleganza, autenticità e una totale assenza di artifizi. Ogni suo scatto raccontava storie provenienti da mondi differenti, sempre trattenute da un filo invisibile che le collegava alle sue vicende personali e alla sua esperienza di donna in un'industria dominata da uomini. Questa particolare sensibilità ha reso la sua fotografia una testimonianza genuina e straordinariamente umana dei decenni che ha attraversato.

La retrospettiva bolognese rappresenta un momento cruciale per la riscoperta internazionale di una carriera troppo a lungo rimasta nell'ombra. Attraverso le sue immagini, il pubblico avrà l'opportunità di comprendere come Orkin abbia saputo coniugare la ricerca estetica con la documentazione della realtà, creando un universo fotografico di rara profondità e modernità. Una mostra che non è soltanto un omaggio a una grande artista, ma anche un'occasione per riflettere su quanto ancora rimanga da scoprire nella storia della fotografia e su quante talenti femminili siano stati relegati ai margini della memoria collettiva.