Mario Monti ha scelto di presenziare al funerale di Umberto Bossi, il quale è scomparso il 19 marzo presso l'ospedale di Varese all'età di 84 anni. Una scelta coraggiosa, considerato il clima politico e le inevitabili polemiche che ne sono derivate. L'ex senatore a vita ha persino percorso parte del tragitto a piedi, sapendo perfettamente che sarebbe stato bersaglio di critiche. Nel corso di un'intervista al Corriere della Sera, tuttavia, la risposta di Monti a una domanda su ricordi personali legati al leader della Lega è risultata poco convincente: ha sottolineato coincidenze biografiche piuttosto che evidenziare momenti politicamente significativi, limitandosi a osservare che Bossi è deceduto nello stesso ospedale dove lui nacque e nel giorno del suo compleanno.
Ma il contributo più rilevante di Monti emerge da un racconto che riguarda dinamiche istituzionali complesse. L'ex commissario europeo ha rivelato particolari sulla crisi del primo esecutivo berlusconiano, innescata proprio dalla Lega di Bossi alla metà degli anni Novanta. Secondo la sua testimonianza, in quella occasione il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro si mostrò interessato a una possibile soluzione guidata da Monti stesso, il quale aveva appena ricevuto l'incarico di commissario dall'allora presidente del Consiglio. Persino il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, fu coinvolto in colloqui riservati per illustrare lo stato dell'economia nazionale.
Monti ha raccontato di aver espresso chiaramente al capo dello Stato due posizioni ferme: non si sentiva sufficientemente preparato per assumere la guida del governo e riteneva scorretto abbandonare l'incarico europeo appena conferitogli da Berlusconi per occuparne il posto a Palazzo Chigi. Quando Scalfaro ha insistito, Monti ha infine dichiarato che avrebbe potuto riflettere sulla proposta solo con il consenso dello stesso Berlusconi. Il quale, tuttavia, preferì un'altra strada: la successione passò a Lamberto Dini, ministro del suo esecutivo.
Questa narrazione solleva interrogativi sulla trasparenza dei meccanismi di consultazione presidenziali e sul ruolo delle istituzioni bancarie in momenti di instabilità politica. Resta comunque il dato che, nel complesso, le riforme strutturali del sistema giudiziario e amministrativo italiano non risultano essere state prioritarie nemmeno in quei snodi cruciali della vita istituzionale nazionale. La giustizia, tema ricorrente nei dibattiti pubblici, sembra essere rimasta sullo sfondo delle scelte effettivamente compiute dai decisori politici di allora.