A poche ore dal verdetto che ha bocciato la riforma costituzionale Nordio, emerge un quadro sorprendente dai dati di YouTrend: gli elettori hanno ragionato principalmente sulla sostanza, mettendo da parte le dinamiche di schieramento. Il rapporto pubblicato dall'istituto di sondaggi disegna una consultazione referendaria dove la logica del merito ha prevalso nettamente sulla tentazione di inviare messaggi politici al governo.

Tra chi ha scelto il No, che ha vinto con il 61% dei consensi, la motivazione dominante è stata il rifiuto di modificare la Carta costituzionale: questa ragione è stata indicata dalla stragrande maggioranza degli intervistati. Al secondo posto figura l'opposizione al sorteggio dei componenti del Consiglio superiore della magistratura, citata dal 39%. Solo al terzo posto compare la volontà di penalizzare l'esecutivo Meloni, raccolta dal 31% dei No. Ancora più marginale risulta chi dichiara di aver seguito semplicemente le indicazioni del proprio partito: appena il 7%.

Paralleli interessanti emergono dal fronte opposto. Tra chi ha votato Sì alla riforma, la ragione principale è stata il supporto alla separazione delle carriere in magistratura, citato dal 59% degli avversari della modifica costituzionale. Solo l'8% dei sostenitori ha agito per obbligo partitico, mentre il 18% ha visto nel voto affermativo un'occasione per sostenere il governo.

I numeri complessivi consolidano questa tendenza: il 69% di tutti i votanti sostiene che il proprio orientamento sia stato determinato principalmente dalla valutazione sulla riforma in sé. Solo il 28% riconosce di aver pesato maggiormente la dimensione politica della scelta. È una proporzione che si mantiene anche disaggregando per campo: il 76% dei Sì e il 63% dei No evidenziano come fattore prevalente l'analisi del contenuto proposto.

Questi dati sfidano la narrazione secondo cui i referendum costituzionali rappresentino principalmente uno strumento di voto-protesta nei confronti dell'esecutivo. In questo caso, almeno secondo il sondaggista, gli italiani hanno mantenuto una certa autonomia di giudizio, declinando di farsi trascinare dai comandi dell'apparato partitico verso scelte predeterminate. Un elemento che merita riflessione sulla qualità della democrazia deliberativa nel Paese.