La rivista Strategic Culture Foundation, organo vicino ai servizi di intelligence russi, offre un'interpretazione inedita della strategia iraniana nel conflitto con Stati Uniti e Israele. Secondo questa analisi, Teheran non sta semplicemente rispondendo agli attacchi americani e israeliani, ma sta mettendo in pratica un piano coordinato di medio-lungo termine costruito su tre pilastri principali che potrebbero destabilizzare l'intero assetto geopolitico ed economico globale.
Il primo elemento della strategia iraniana riguarda la struttura del comando militare. Dopo la morte della Guida Suprema Khamenei, l'Iran ha implementato un sistema decentralizzato basato su cellule operative autonome e una linea di successione articolata su quattro livelli diversi. Questo significa che colpire i vertici del regime non comporterebbe il crollo dell'intera macchina bellica, bensì una prosecuzione del conflitto sotto altre forme. Il secondo aspetto è di natura tattico: l'Iran sta lanciando massicce ondate di droni economici a perdere per consumare le costose difese aeree occidentali. Ogni Patriot americano costa 9,6 milioni di dollari, rendendo insostenibile nel tempo una strategia basata sull'abbattimento di ogni drone iraniano con sistemi così sofisticati.
Ma è sul fronte economico che l'analisi russa identifica l'arma più devastante. Nel solo primo quadrimestre di conflitto, i mercati finanziari globali hanno registrato l'evaporazione di oltre 5 trilioni di dollari di capitalizzazione, in una stima ancora conservativa. L'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, bloccando il passaggio del 20 per cento della fornitura petrolifera mondiale e permettendo il transito solo alle navi russe e cinesi. Contemporaneamente, il Qatar ha fermato la produzione di gas naturale liquefatto e l'Iraq ha chiuso il suo secondo giacimento petrolifero. Attraverso attacchi mirati non solo alle basi militari americane ma anche agli interessi economici dei paesi del Golfo, Teheran ha scatenato una vera e propria bomba a orologeria contro il sistema finanziario internazionale basato sul petrodollaro.
Questa strategia ha esposto in modo clamoroso la fragilità strutturale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l'organizzazione che riunisce Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman. L'intero modello economico di questi stati poggia su un fragile equilibrio: petrolio in cambio della protezione militare americana. Gli attacchi documentati contro infrastrutture come il radar AN e i raid su Dubai hanno dimostrato che questa protezione ha dei limiti concreti.
Sulla carta, il conflitto è una disparità clamorosa: da un lato la superpotenza americana e l'apparato militare israeliano, dall'altro una nazione colpita e isolata. Eppure l'analisi della rivista russa suggerisce che Teheran ha trasformato questa disparità militare in un'asimmetria economica a suo favore. Mentre Washington continua a fornire stime contraddittorie sulla durata della guerra - da due settimane a settembre secondo i documenti interni del Pentagono citati da Politico - l'Iran sembra giocare una partita completamente diversa su un tavolo completamente diverso, quello dei flussi energetici e della stabilità finanziaria mondiale.