La premier Giorgia Meloni ha perso il referendum sulla riforma della giustizia e con esso il consenso della maggioranza degli italiani. Il dato è inequivocabile: il 53,74 per cento dei cittadini ha bocciato il progetto del governo. Tuttavia, come osserva il direttore editoriale Fabrizio Gatti, questo non significa che Meloni debba dimettersi. In tempi di conflitti internazionali e crisi energetiche globali, il Paese ha bisogno di stabilità istituzionale, non di un vuoto di governo. Piuttosto, è il momento di cambiare strategia: smettere di insistere su riforme divisive e tornare alle priorità concrete che i cittadini attendono.

Altrettanto critica è la posizione verso la magistratura, che ha celebrato la vittoria referendaria con manifestazioni pubbliche e cori contro il governo. Secondo l'articolo 1, comma 2 del codice deontologico dei magistrati, anche al di fuori dell'esercizio delle funzioni, i giudici non devono tenere comportamenti che compromettano la credibilità personale e il prestigio dell'istituzione giudiziaria. Le immagini festanti e le bottiglie stappate dell'Associazione nazionale magistrati rappresentano dunque una violazione di questo principio fondamentale. L'Anm si è appropriata una vittoria che appartiene unicamente alla Costituzione italiana, quella approvata il 22 dicembre 1947 e adottata il primo gennaio 1948: quella stessa Costituzione che i cittadini hanno scelto di proteggere.

Il vero tema non è nemmeno la sconfitta politica del governo, bensì l'uso costante di campagne elettorali come distrazione dalle vere necessità del Paese. Dal 2023 al 2026 si sono susseguiti appuntamenti elettorali quasi continui: elezioni regionali e amministrative nel 2023, europee nel 2024, referendum nel 2025 e 2026. Questa frenesia ha trasformato la politica in una campagna permanente, allontanando ministri e istituzioni dal loro dovere fondamentale: lavorare per risolvere i problemi concreti degli italiani.

La lista di priorità è lunga. Il decreto sulle bollette è già stato svuotato dai rincari causati dalle tensioni geopolitiche nel Golfo Persico, in particolare dalle azioni di Donald Trump. Intanto mancano all'ordinamento giudiziario 1.400 magistrati, pari al 15 per cento dell'organico totale, e ben 5.000 unità di personale amministrativo. Questi numeri fotografano un sistema giustizia in affanno, dove le vere riforme sarebbero innanzitutto quelle organizzative ed effettive.

Gatti conclude con un messaggio rivolto tanto al governo quanto alla magistratura: l'Italia non ha bisogno di battaglie ideologiche o di visibilità mediatica. Ha bisogno di istituzioni che tornino a fare il loro mestiere, lontano dalle luci dei riflettori e dai palcoscenici elettorali. Solo così il Paese potrà affrontare le sfide vere che lo attendono.