Il 24 marzo 1976 l'esercito argentino rovesciò il governo democratico con un golpe militare noto come "Processo di riorganizzazione nazionale". Mezzo secolo dopo, quella data rimane una cicatrice indelebile nella memoria collettiva del Paese. La dittatura che seguì, durata fino al 1983, rappresentò uno dei capitoli più tragici della storia latinoamericana, con migliaia di oppositori politici, attivisti e semplici cittadini torturati, assassinati e fatti sparire.
L'Argentina degli anni Settanta era già stata scossa da instabilità politica e tensioni sociali. Il ritorno alla democrazia nel 1973, con il controverso ritorno di Juan Domingo Perón dall'esilio dopo 18 anni, si era rivelato un illusione di breve durata. La morte dello stesso Perón, avvenuta nel luglio 1974, lasciò il potere nelle mani della moglie María Estela Martínez, conosciuta come Isabelita. Il suo governo, caratterizzato da debolezza e divisioni interne, divenne il terreno fertile per un colpo di Stato militare. Un ruolo cruciale lo ebbe il ministro del Benessere sociale José López Rega, figura controversa legata alla loggia massonica P2, che coordina le attività della famigerata "Alleanza anticomunista argentina", un'organizzazione paramilitare composta principalmente da militari e poliziotti dedita a eliminare i nemici politici del regime.
Durante i sette anni di dittatura precedente, quella della "Rivoluzione argentina" iniziata nel 1966 e durata fino al 1973, il Paese aveva già subito gravi violazioni dei diritti umani. Ma il regime che seguì il golpe del 1976 portò la repressione a livelli ancora più sistematici e brutali. Decine di migliaia di persone scomparvero nelle carceri segrete e nei centri di tortura, mentre le organizzazioni armate come l'Esercito rivoluzionario del popolo e i Montoneros conducevano una lotta armata contro lo Stato.
Oggi, a mezzo secolo di distanza, il dolore rimane vivo nelle famiglie dei desaparecidos, i "scomparsi". L'organizzazione delle "Nonne di Plaza de Mayo", nata più di quarant'anni fa, continua la ricerca instancabile dei nipoti rapiti durante la dittatura, spesso separati dai loro genitori nei centri di detenzione clandestini. Fino a luglio 2025, soltanto 140 di questi giovani sono stati identificati e riuniti alle loro famiglie biologiche. Un numero che contrasta drammaticamente con le migliaia di persone ancora senza identità accertata e senza una sepoltura dignitosa.
La memoria di questo periodo rimane centrale nel dibattito politico argentino e rappresenta un campanello d'allarme per le democrazie contemporanee. Il ricordo del 1976 non è semplice commemorazione storica, ma testimonianza vivente dei pericoli del totalitarismo militare e della necessità di vigilanza democratica. Per i sopravvissuti, i familiari delle vittime e gli attivisti per i diritti umani, la ricerca di verità e giustizia continua ancora oggi, cinquant'anni dopo.