Lo scontro armato tra la coalizione americana-israeliana e l'Iran entra in una fase cruciale. L'aviazione israeliana continua a martellare Teheran e il Libano con strike massicci, mentre Teheran risponde con fuoco di missili balistici verso Tel Aviv. Gli attacchi si allargano anche ad altre aree strategiche: bombardamenti hanno interessato il Kuwait e il Bahrein, oltre a infrastrutture energetiche chiave come un importante gasdotto iraniano.
Sul fronte diplomatico, emergono segnali di una possibile apertura negoziale. Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, starebbe trattando direttamente con l'amministrazione Trump tramite colloqui avvenuti a Islamabad con i negoziatori Jared Kushner e Keith Witkoff. Secondo le indiscrezioni, una nuova riunione è prevista per questa settimana con la partecipazione del vicepresidente JD Vance, alimentando timidi speranze di de-escalation.
Un'analisi del Centro di ricerca Alma rivela dinamiche preoccupanti sulla capacità bellica iraniana. Se all'inizio del conflitto Teheran disponeva di circa 2.500 missili balistici, al momento ne resta circa 1.000 nel suo arsenale. Tuttavia, il dato allarmante riguarda la velocità di ricostituzione: negli otto mesi precedenti allo scoppio della guerra, l'Iran ha prodotto 1.000 nuovi ordigni, suggerendo una capacità manifatturiera che potrebbe rapidamente compensare le perdite.
Una svolta potenziale proviene dai paesi del Golfo Persico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, gli alleati storici degli Stati Uniti nella regione stanno seriamente valutando di abbandonare il ruolo di osservatori per diventare combattenti attivi. Le economie della zona, già provate dagli attacchi iraniani e dalla minaccia di blocco dello Stretto di Hormuz, esercitano una crescente pressione sui governi locali affinché si schierino militarmente. Finora questi paesi hanno resistito al salto verso un coinvolgimento diretto, ma la situazione rimane fluida.
Nel frattempo, il conflitto si estende anche alle aree periferiche. Nel Kurdistan iracheno, sei combattenti Peshmerga sono stati uccisi in un attacco alla loro base presso Soran, nella provincia di Erbil. L'operazione, secondo fonti curde, ha previsto due ondate successive: prima cinque missili, poi un ulteriore ordigno. Il bilancio dei feriti rimane intorno ai 20-25 uomini. Questi episodi confermano come la guerra, pur avendo epicentro nello scontro tra i tre principali protagonisti, rischia di trascinare progressivamente nella spirale anche gli attori minori della regione.