L'Italia continua ad attrarre gli investimenti delle multinazionali farmaceutiche statunitensi, ma rischia di sprecare questa opportunità per mancanza di una visione strategica condivisa. È quanto emerge da uno studio presentato oggi dalla Luiss Business School, realizzato in collaborazione con l'American Chamber of Commerce in Italy e con il sostegno non vincolante di sette tra i principali operatori del settore: AbbVie, Bristol Myers Squibb, Gilead, Incyte, Lilly, Pfizer e Vertex.
I numeri raccontano il peso concreto di questa presenza nel nostro sistema economico. Nel 2024, le imprese farmaceutiche a controllo americano hanno generato in Italia una produzione complessiva superiore ai 9,2 miliardi di euro, rappresentando quasi il 17% dell'intero comparto farmaceutico nazionale. L'occupazione diretta ha raggiunto quota 11.400 lavoratori, con una crescita del 20% rispetto al 2015. Considerando l'indotto, l'impatto totale sull'occupazione sale a oltre 22.600 posti di lavoro, mentre il valore aggiunto complessivo per l'economia italiana tocca i 6,3 miliardi. Non si tratta dunque di una presenza marginale o puramente commerciale, bensì di una componente strutturale della filiera nazionale, concentrata soprattutto in Lombardia e Lazio, con presenze significative anche in Toscana ed Emilia-Romagna.
Ma il dato che più pesa per il futuro riguarda gli investimenti in ricerca e sviluppo. Le stesse aziende del campione hanno dichiarato di aver investito 251,5 milioni di euro in innovazione durante il 2024, con 176,5 milioni destinati specificamente alla ricerca clinica e agli studi che analizzano l'efficacia dei farmaci nella pratica reale. Questo elemento sottolinea come l'Italia non sia scelta soltanto come luogo di produzione, ma anche come hub di sperimentazione e sviluppo di nuovi trattamenti.
Tuttavia, secondo Matteo Caroli, associate dean per la sostenibilità e l'impatto della Luiss Business School, questa attrattività rischia di rimanere incompiuta. Per consolidarla e attrarre ulteriori investimenti, l'Italia avrebbe bisogno di una strategia nazionale coerente e organica. Gli elementi critici individuati dallo studio includono: una regolamentazione più snella, infrastrutture adeguate, investimenti nella formazione di capitale umano qualificato, accesso facilitato ai dati sanitari e sistemi di incentivi chiari e stabili nel tempo.
La sfida è quindi essenzialmente politica e gestionale. Pur disponendo di tutti gli ingredienti – competenze riconosciute, strutture di qualità, tradizione scientifica – l'Italia sembra mancare di una regia centrale in grado di trasformare questi vantaggi in un ecosistema competitivo globale. Senza definire con chiarezza regole, tempistiche, governance dei dati e supporto alle risorse umane, il rischio concreto è che le multinazionali del farmaco guardino altrove, portando con sé investimenti in ricerca e sviluppo da cui dipendono sia l'innovazione sanitaria che la creazione di posti di lavoro di qualità.