Un capitolo quanto mai controverso si aggiunge alla storia della Lega: il partito ha portato in Parlamento Alberto Di Rubba, figura centrale nello scandalo della Lombardia Film Commission e condannato in via definitiva per peculato. L'ex tesoriere leghista ha vinto le elezioni nel collegio veneto di Rovigo, subentrando ad Alberto Stefani, transitato a presidente della Regione Veneto.

La sentenza della Cassazione non lascia spazi interpretativi: i magistrati hanno riconosciuto "con piena certezza" che Di Rubba aveva orchestrato un accordo corruttivo con altri soggetti per alterare la selezione di un immobile a Cormano. Il meccanismo era collaudato: consulenze inesistenti e trasferimenti di denaro permettevano di deviare risorse pubbliche erogate dalla Regione Lombardia verso conti privati. Sulla carta, il quadro normativo avrebbe dovuto impedire l'elezione: la sentenza penale definitiva accertava la materialità del delitto di peculato, con tanto di «piena sussistenza» del reato.

Ciò che ha consentito l'accesso alle istituzioni è il ridimensionamento della pena al di sotto dei tre anni, che ha fatto decadere l'interdizione automatica dai pubblici uffici. Inoltre, parte dei fondi era stata già restituita alla Fondazione interessata, determinando l'eliminazione delle confische inizialmente disposte. Di Rubba ha commentato l'elezione con dichiarazioni trionfali, celebrando il voto dei cittadini come una «vittoria» e promettendo di portare avanti «serietà e determinazione» nell'interesse del Polesine.

L'ironia storica non sfugge agli osservatori: la Lega delle origini aveva fatto della lotta contro la «Roma ladrona» e lo spreco della cosa pubblica il suo manifesto politico. Umberto Bossi, il fondatore scomparso pochi giorni prima del voto, incarnava quella battaglia. Oggi il partito si ritrova a difendere in Parlamento chi quella battaglia l'ha tradita, condannato per aver rubato dalle casse regionali attraverso un sofisticato sistema di truffe amministrative.

La vicenda apre interrogativi su come il sistema di selezione dei candidati della Lega abbia potuto includere un nominativo sottoposto a condanna penale definitiva. Formalmente, il diritto di voto attivo non gli era stato negato; sostanzialmente, la scelta rappresenta una sfida alle convenzioni, per quanto legittima nei termini della legge.