Il governo Meloni si confronta con una sfida interna sempre più evidente: mantenere coesione e credibilità all'interno del partito di maggioranza relativa, dove personalità difficili da inquadrare e decisioni organizzative questionabili emergono con regolarità. La questione non è scontata come potrebbe sembrare: quella che dovrebbe essere una struttura politica coesa si comporta frequentemente come un insieme di soggetti dalle proprie agende, poco inclini al rispetto delle gerarchie e della prudenza istituzionale.
Il caso più eclatante riguarda Ignazio Benito La Russa, decano di Fratelli d'Italia e presidente del Senato. La sua gestione della carica si caratterizza per atteggiamenti che rasentano il fuori delle righe: dai toni informali durante i lavori parlamentari (recentemente ha rivolto espressioni volgari alla segretaria generale durante una seduta) agli episodi sui social media che suscitano dubbi sulla sua visione del ruolo. Un comportamento che manifesta una difficoltà strutturale nel contenimento delle proprie azioni, come se il principio della continenza istituzionale non appartenesse al suo repertorio.
Al di là della figura di Arianna Meloni, sorella della premier e vicepresidente del partito - una scelta organizzativa che solleverebbe perplessità in qualunque altra forza politica democratica - il dossier più delicato riguarda la squadra di governo. Le schermaglie ministeriali alla Cultura, con l'avvicendamento tra Sangiuliano e Giuli, testimoniano un'area dove la continuità di visione risulta problematica. Nel dicastero delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso ricopre una posizione di rilievo, sebbene la sua gestione sia nota principalmente per episodi controversi: dalla confusione logica dei suoi interventi pubblici, spesso catturata dalle parodie satiriche, all'incidente segnalato mesi fa all'aeroporto di Fiumicino, quando la moglie avrebbe saltato la fila con l'ausilio della scorta ministeriale.
Prima ancora di considerare i casi di Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia ora dimessosi a causa di questioni relative a società commerciali gestite in ambienti poco trasparenti, emerge il modello di Daniela Santanchè. La ministra incarna una dinamica ricorrente: quando scandali coinvolgono membri del partito, la domanda che inevitabilmente sorge è perché il trattamento risulti difforme a seconda dei casi. La coesione del movimento meloniano, almeno sulla carta, dovrebbe basarsi su principi solidi, ma la realtà quotidiana suggerisce una struttura fragile, dove gli standard di comportamento sembrano applicarsi con elasticità variabile.
La premier Meloni si trova così a fronteggiare una complessità che va oltre il tradizionale conflitto politico: deve gestire una propria squadra dove il controllo disciplinare risulta debole, dove le nomine rispondono a logiche che scavalcano il merito, e dove episodi imbarazzanti generano interrogativi sulla vera natura della forza di governo. Non si tratta solo di scandali isolati, ma di un pattern che rivela crepe strutturali in un'organizzazione che dovrebbe rappresentare la stabilità dell'esecutivo.