Il governo attraversa un momento di turbolenza senza precedenti. A pochi giorni dal verdetto referendario che ha affossato la riforma della Giustizia promossa dal ministro Nordio, la compagine esecutiva mostra fratture evidenti. Nel pomeriggio del 24 marzo 2026 arrivano due dimissioni a sorpresa: Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia, e Giusi Bartolozzi, capo di Gabinetto del Ministero, abbandonano i loro incarichi. Entrambi risultavano al centro di vicende spinose – dal caso Almasri alle società riconducibili a personaggi legati alla criminalità – che nei giorni precedenti erano diventati un fardello sempre più insostenibile per l'immagine dell'amministrazione.
Quello che sorprende gli osservatori politici è il repentino cambio di rotta della premier. Fino al voto referendario, avrebbe potuto difendere i due con determinazione. Invece, dopo il No trionfante dei cittadini, ha optato per la loro uscita dalla scena. La domanda che rimbalza negli ambienti romani è una sola: la presidente sapeva già come sarebbe andata? Tutto suggerisce di sì. Le sue dichiarazioni del 13 marzo contro la magistratura – giudicate da molti come inopportune – e il timing delle sue mosse sembrano indicare una consapevolezza consapevole dell'esito. Ma perché allora permettere che la sua figura venisse danneggiata da questa conflittualità con i giudici, se il risultato era già scritto?
La struttura portante del governo, disegnata nel 2022 quando il centrodestra vinse le elezioni, poggiava su tre pilastri fondamentali: la riforma della Giustizia per Forza Italia, l'autonomia differenziata per la Lega e il premierato per Fratelli d'Italia. Sulla premier però pesano considerazioni diverse. La sua formazione politica ha sempre privilegiato una visione della destra 'legalitaria', lontana dalle battaglie giustizialiste di Berlusconi. Quanto all'autonomia regionale, persino Meloni nei suoi scritti passati prospettava l'abolizione delle Regioni come obiettivo. Solo il premierato rappresenta una vera priorità per la leader, ed è stato volutamente accantonato, in attesa di testare il consenso popolare.
Ora che due tasselli della coalizione – Giustizia e autonomia – sono stati smontati dalle urne, la coesione dell'alleanza appare gravemente compromessa. Nei corridoi di palazzo si moltiplicano gli scambi di accuse trasversali. Il silenzio dei promotori della riforma giustiziale, interrotto solo dal comunicato ufficiale delle dimissioni, racconta di una maggioranza che inizia a guardarsi con sospetto. La domanda che inquieta Roma è se lo scandalo legato a questi episodi rappresenti solo l'inizio di una cascata di difficoltà, o se possa effettivamente costituire il punto di rottura dal quale partirà un ripensamento più radicale dell'assetto governativo. Per il momento, la premiera resiste, ma il terreno sotto i suoi piedi si è fatto visibilmente più fragile.