Sono passati ventotto giorni dall'evento che ha scosso profondamente Milano. Il tram numero 9 ha deragliato nella zona compresa tra via Vittorio Veneto e via Lazzaretto, provocando due decessi e un numero significativo di persone ferite. Un episodio che ha alimentato dibattito e preoccupazione tra i cittadini milanesi e gli esperti del settore dei trasporti pubblici. Da settimane rimangono aperte molteplici questioni sulle dinamiche reali di quanto accaduto: una distrazione legata al telefono cellulare, un improvviso malore, oppure ancora un problema tecnico nel sistema di controllo del mezzo.
La situazione potrebbe trovare chiarimenti significativi nei prossimi giorni. Pietro M., il conducente sessantenne alla guida del tram al momento dell'incidente, ha deciso di interrompere il suo silenzio iniziale. Quando era stato contattato subito dopo i fatti, aveva preferito non rilasciare dichiarazioni, giustificandosi con lo stato di shock. Ora la sua volontà è cambiata: si presenterà di fronte ai magistrati Corinna Carrara ed Elisa Calanducci per narrazione gli eventi così come li ricorda. Insieme al suo legale, rappresentato dagli avvocati Mirko Mazzali e Benedetto Tusa, comparirà negli uffici della procura in una data ancora da stabilire ufficialmente.
Parallelo alle indagini, Pietro M. ha avanzato una richiesta all'Azienda dei Trasporti Milanesi: non desiderato continuare nel suo ruolo operativo alla guida dei veicoli pubblici e ha chiesto di essere trasferito verso incarichi amministrativi negli uffici dell'azienda. Nel frattempo, la procura milanese ha ordinato il sequestro dello smartphone di un collega dell'imputato, poiché avrebbe ricevuto messaggi dal conducente subito dopo l'accaduto delle 16:10.
Uno dei dettagli più rilevanti riguarda la ricostruzione temporale dei momenti precedenti il deragliamento. Secondo quanto emerso nei giorni scorsi da alcune testate, tra la conclusione di una telefonata tra l'autista e un compagno di lavoro e l'istante dello schianto sarebbero trascorsi appena una dozzina di secondi, se non addirittura meno. I registri telefonici mostrerebbero una comunicazione della durata di tre minuti e quaranta secondi conclusa alle 16:11 e 13 secondi, mentre le immagini da una telecamera di un taxi documentano lo schianto avvenuto alle 16:11 e 25 secondi. Una finestra temporale veramente ristretta che ha alimentato le teorie sulle possibili responsabilità.
La difesa presenta tuttavia una narrazione differente: secondo i legali dell'autista, la conversazione telefonica si sarebbe interrotta almeno novanta secondi prima dell'episodio tragico, non una manciata di secondi come suggerito dalle altre ricostruzioni. Questa divergenza cronologica rappresenta un punto cruciale su cui la magistratura dovrà fare chiarezza, dato che potrebbe determinare se esiste un nesso causale tra l'uso del cellulare e la perdita di controllo del veicolo. Le dichiarazioni che Pietro M. renderà ai pm diventeranno quindi determinanti per una ricostruzione definitiva dell'accaduto.