La Cina sta attuando una manovra ambigua verso l'Africa che coniuga generosità apparente e convenienza economica. A partire dal primo maggio 2026, Pechino eliminerà i dazi doganali al 100% sulle importazioni provenienti da 53 delle 54 nazioni africane, escludendo soltanto lo Eswatini, con il quale non esistono ancora relazioni diplomatiche formali. Sulla carta, si tratta di un gesto di apertura commerciale verso il continente. La realtà, però, racconta una storia molto diversa.
Nello stesso periodo, il governo cinese sta infatti revocando gli sgravi fiscali che rendevano convenienti i pannelli solari esportati in Africa. Il provvedimento entra in vigore il primo aprile e rappresenta un colpo diretto alle ambizioni di transizione energetica del continente. Pechino controlla quasi monopolisticamente il mercato globale dei moduli fotovoltaici, il che significa che i Paesi africani non avranno alternative: dovranno pagare di più. A partire dal 2027, il Dragone eliminerà progressivamente anche gli incentivi per la produzione locale di batterie e sistemi di accumulo energetico, ulteriormente frenando l'autonomia del continente.
Il paradosso è stridente: mentre la Cina abbassa le barriere all'ingresso per i prodotti africani, le alza proprio per le tecnologie di cui il continente ha bisogno. L'Africa già paga sensibilmente più di altre regioni per le apparecchiature rinnovabili a causa dei costi di trasporto, dei minori volumi di importazione e delle tariffe locali. Con l'eliminazione degli sconti cinesi, questi prezzi aumenteranno ulteriormente, compromettendo gli sforzi per espandere le energie rinnovabili e colmare il grave deficit di elettrificazione che affligge diverse economie africane.
La mossa ricorda una strategia già consolidata: il modello dei prestiti-trappola che le banche cinesi hanno offerto in passato ad alcuni Paesi africani. Con una mano Pechino concede accesso al mercato, con l'altra impone costi crescenti su tecnologie indispensabili. Gli analisti economici sospettano che dietro questa decisione ci sia anche il tentativo di scaricare la crisi del mercato solare cinese e il ridimensionamento della presenza di Pechino in Europa, dove la produzione di pannelli si è trasferita nei stabilimenti europei negli ultimi 18 mesi, riducendo drasticamente i prezzi.
L'Africa si ritrova così intrappolata in un'assimetria commerciale: ha più accesso al mercato cinese ma paga molto di più per le risorse essenziali. Una dinamica che evidenzia come le relazioni economiche tra le potenze globali e il continente africano restino squilibrate, rischiando di perpetuare la dipendenza tecnologica e di compromettere la transizione energetica di miliardi di persone.