Il colosso tecnologico Meta e il gigante dei motori di ricerca Google escono sconfitti da un processo che potrebbe segnare un punto di svolta nella battaglia legale contro i social network. Una corte di Los Angeles ha stabilito che entrambe le aziende hanno deliberatamente costruito piattaforme progettate per generare dipendenza negli utenti più giovani, causando danni significativi alla loro salute mentale. La decisione arriva dopo mesi di dibattiti accesi attorno al ruolo delle piattaforme digitali nel peggiorare il benessere psicologico dei minori.

Al centro della vicenda c'è la testimonianza di Kaley G.M., una ragazza californiana di vent'anni che ha intentato causa insieme alla madre contro alcune tra le più influenti aziende del settore tecnologico. La giovane ha raccontato come Instagram e YouTube abbiano alimentato la sua depressione e i pensieri suicidi fin dall'infanzia, nonostante avesse avuto accesso ai social a partire dai sei anni. Nel corso del procedimento legale, ha portato in aula accuse pesanti non solo contro Meta e Google, ma anche nei confronti di TikTok e Snapchat, denunciando che tutti questi servizi sfruttano sistemi algoritmici costruiti appositamente per incentivare un uso ossessivo e compulsivo delle loro piattaforme.

Il tribunale californiano ha quantificato il danno subito da Kaley in 3 milioni di dollari, una cifra che rappresenta un segnale forte verso l'industria. Questo verdetto si aggiunge a una sentenza precedente emessa in New Mexico, dove Meta era già stata condannata a versare 375 milioni di dollari per i danni inflitti agli adolescenti attraverso le sue piattaforme. Gli esperti del settore sottolineano che le due condanne potrebbero spingere i colossi della tecnologia a ripensare completamente i loro algoritmi e le loro strategie di engagement, soprattutto per evitare di trovarsi coinvolti in una valanga di cause legali su scala globale.

Durante il processo, lo stesso fondatore di Meta Mark Zuckerberg ha rilasciato un mea culpa, scusandosi pubblicamente con Kaley e con altre giovani vittime. L'imprenditore ha ammesso che il sistema di verifica dell'età su Instagram, pensato per impedire l'accesso ai minori di tredici anni, non ha funzionato come previsto. "Avrei desiderato che fossimo riusciti a risolvere questo problema prima", ha dichiarato Zuckerberg durante il procedimento, in un'ammissione che ha chiaramente pesato sulla decisione della giuria.

Meta ha reagito al verdetto con una nota ufficiale in cui dichiara di non essere d'accordo con le conclusioni della corte. Un portavoce dell'azienda ha comunicato che la società intende appellarsi vigorosamente e difendersi dalle accuse, riaffermando la propria fiducia nella capacità di proteggere i minori online. Tuttavia, le due sconfitte consecutive lasciano poco spazio alle promesse di buone intenzioni. L'industria tech si trova ora di fronte a una scelta cruciale: modificare significativamente i propri modelli di business oppure rischiare di affrontare una serie infinita di battaglie legali che potrebbero costare miliardi di dollari.