Giorgia Meloni ha ottenuto le dimissioni di Daniela Santanchè dalla carica di ministro del Turismo dopo una giornata di pressioni, chiudendo così un capitolo increscioso per l'esecutivo. Tuttavia, l'accaduto sottrae a un'analisi più profonda che mette in luce una contraddizione rilevante per il governo e per la sua recente campagna referendaria, conclusasi con un risultato negativo.

Fino a pochi giorni prima di questa crisi, l'amministrazione Meloni ha condotto una battaglia intensa per convincere gli italiani a votare sì al referendum sulla riforma costituzionale proposta dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. L'obiettivo dichiarato era rafforzare le garanzie del sistema penale italiano separando in modo più netto, a livello costituzionale, le funzioni di pubblico ministero e magistrato. Secondo i promotori della riforma, l'assetto costituzionale vigente non tutelerebbe adeguatamente il principio di presunzione di innocenza e creerebbe disparità fra gli strumenti a disposizione dell'accusa e della difesa.

Nella lettera con cui rassegna le dimissioni, Santanchè invoca esattamente questi principi: rivendica una 'fedina penale immacolata' e sottolinea la propria innocenza fino a condanna definitiva. Formalmente ha ragione, ma qui emerge il paradosso che mette in difficoltà il governo. Se Nordio e Meloni avevano torto nel sostenere che l'ordinamento costituzionale attuale non garantisce sufficientemente il garantismo penale e la distinzione fra accusa e condanna, allora Santanchè non avrebbe motivi di lamentarsi. Se invece avevano ragione, come la stessa Meloni ha dovuto riconoscere costringendo alle dimissioni una ministra la cui sola colpa era essere sottoposta a indagini e non ancora condannata, allora emerge chiaramente come l'ordine giudiziario italiano sia effettivamente in grado di tutelare le ragioni della difesa anche senza la riforma.

L'ironia della situazione è ancor più pungente considerando che gli italiani hanno respinto al referendum proprio questa proposta di modifica costituzionale. Santanchè, a torto o a ragione, diventa quindi il simbolo involontario di una tesi che il governo stesso aveva sostenuto ma il popolo ha rifiutato. L'esecutivo si ritrova così intrappolato fra l'esigenza di affrontare i problemi di immagine rappresentati da una ministra sotto procedimento penale e la fragilità argomentativa della linea che ha adottato per giustificare la decisione.

La vicenda rivela quanto sia complesso gestire contemporaneamente questioni di garanzie processuali costituzionali e decisioni di governo basate su considerazioni politiche immediate. La rapidità con cui Meloni ha chiesto le dimissioni contrasta con i mesi di difesa del garantismo penale che aveva caratterizzato la campagna per il sì referendario, alimentando il sospetto che motivazioni di opportunità politica abbiano prevalso su principi e coerenza.