Quasi trenta giorni dopo l'inizio delle operazioni militari congiunte di Washington e Tel Aviv contro l'Iran, gli scenari iniziali si sono rivelati illusori. Il progetto di decapitare il regime attraverso l'eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri vertici politici e militari non ha prodotto l'effetto sperato: la Repubblica Islamica non ha ceduto ma ha risposto con sorprendente coesione istituzionale. I sogni di una guerra lampo vagheggiati dalle cancellerie americana e israeliana si sono dissolti rapidamente di fronte a una resistenza organizzata e coordinata.

Le conseguenze economiche del conflitto si stanno rivelando catastrofiche su scala mondiale. Il blocco della navigazione nel Golfo Persico e l'allargamento degli scontri in tutta l'area mediorientale hanno innescato uno shock energetico senza eguali negli ultimi decenni. I prezzi del petrolio hanno raggiunto livelli record, le filiere produttive globali sono state interrotte, e gli analisti prevedono una cascata di inflazione, recessioni regionali e instabilità finanziaria destinata a propagarsi ben oltre il Medio Oriente.

Secondo gli esperti di geopolitica, questa débâcle tattica e strategica affonda le radici in una miscela micidiale di superbia e incapacità di lettura della realtà iraniana. Dalla decisione di Trump nel 2018 di abbandonare unilateralmente l'accordo nucleare stipulato da Obama, l'Iran aveva seguìto una strategia di "pazienza strategica": pur aumentando l'arricchimento dell'uranio e riducendo la collaborazione con l'Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica per rafforzare la propria posizione negoziale, non aveva mai chiuso definitivamente il dialogo. Una posizione coerente riproposta anche dopo l'assassinio del generale Qassem Soleimani nel gennaio 2020: la rappresaglia iraniana era stata calcolata e limitata.

Elo stesso approccio cauto era stato mantenuto dopo il 7 ottobre 2023 e l'offensiva israeliana a Gaza. Quando Israele aveva ucciso Ismail Haniyeh, capo politico di Hamas, nella capitale iraniana, Teheran aveva evitato risposte significative per scongiurare un'escalation incontrollata. Tuttavia, questa linea prudenziale aveva generato crescenti critiche specialmente all'interno dei ranghi della Guardia Rivoluzionaria, che accusavano il governo di eccessiva debolezza. Gli analisti americani e israeliani, fiduciosi che questa divisione interna potesse facilitare il crollo del regime, non avevano valutato adeguatamente la capacità di mobilitazione e di unità che Teheran avrebbe mostrato di fronte a un attacco diretto.

Oggi, mentre i mercati energetici mondiali restano in fibrillazione e la comunità internazionale misura gli effetti economici dell'escalation, emerge chiaramente come l'incapacità di comprendere il sistema decisionale iraniano e le sue logiche di difesa abbia condotto i due alleati occidentali verso una situazione dalla quale sarà estremamente difficile uscire senza costi enormi. La sottovalutazione della coesione interna di Teheran e la sovrastima della vulnerabilità del regime rappresentano lezioni destinate a pesare a lungo sulla credibilità strategica di Washington e Tel Aviv.