Il caso del ragazzo di tredici anni che ha progettato di uccidere la sua insegnante di francese a Bergamo riporta alla luce una questione inquietante: come riconoscere i segni di una violenza così lucida e consapevole? A porre la domanda è Maurizio Montanari, psicoanalista, che nel suo commento traccia un parallelo sconcertante tra questa vicenda e altri crimini di matrice ideologica.

A differenza di quanto si potrebbe pensare, qui non siamo di fronte a un gesto improvviso, a un momento di perdita di controllo. Al contrario, osserva Montanari, ci troviamo davanti a una decisione fredda, consapevole, pianificata nei dettagli. La stessa grammatica dell'odio che caratterizzava Anders Breivik, responsabile dell'attentato di Utøya nel quale persero la vita 77 persone, o il personaggio di Jamie Miller della serie televisiva Adolescence: lucidità, assenza di sensi di colpa, e soprattutto l'assenza totale di limiti morali. L'insegnante, così come il padre del ragazzo, vengono percepiti come nemici concreti, responsabili di ogni male interiore, reale o immaginario che sia.

Secondo l'analisi dello specialista, il meccanismo psicologico alla base è duplice: da un lato la proiezione, cioè la tendenza a riversare sulla vittima designata tutto il male che si percepisce in sé stessi; dall'altro, un senso dell'illimitato, l'assenza cioè di qualsiasi confine tra il pensiero violento e la sua realizzazione. In questo quadro emerge un elemento particolare: la paranoia non come semplice disturbo diagnostico, ma come vera e propria struttura relazionale con il mondo. Chi sviluppa questo atteggiamento trasforma ogni interazione in una possibile persecuzione, ogni sguardo in un'intenzione ostile. La realtà viene gradualmente sostituita da certezze assolute non più discutibili.

Montanari critica anche l'approccio del ministro Giuseppe Valditara, che ha evocato la necessità di "importanti misure contro la criminalità giovanile". Per lo psicoanalista, tale inquadramento manca completamente il bersaglio: ciò che abbiamo di fronte non è trasgressione adolescenziale, bensì un solipsismo dell'odio, una chiusura soggettiva così totale da annullare la capacità di riconoscere l'altro come entità indipendente. Viene inoltre escluso dal ragionamento del critico ogni tentativo di scaricare responsabilità su insegnanti o psicologi scolastici: certi segnali di violenza progettuale non sempre sono decifrabili in tempo utile, né esistono formule infallibili per prevederli.

La riflessione aperta è dunque profonda: di fronte a una simile struttura psicologica, le risposte tradizionali della sicurezza e della repressione rischiano di risultare insufficienti. Quello che emerge è la necessità di comprendere i meccanismi nascosti dietro l'odio sistematizzato, un odio che non esplode ma si costruisce mattone dopo mattone, fino a diventare tanto solido quanto letale.