La corsa presidenziale in Perù si avvia verso un secondo turno ad alta tensione. Nel primo round elettorale, conclusosi il 13 aprile 2026, la candidata di destra Keiko Fujimori emerge come favorita con il 17 per cento dei consensi, pur restando ben lontana dalla maggioranza necessaria per vincere al primo tentativo. Alle sue spalle si posizionano Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima e anch'egli schierato a destra, con il 15 per cento, seguito dal candidato centrista Jorge Nieto fermo al 13 per cento. Il panorama elettorale frammentato garantisce un proseguimento della sfida nel ballottaggio fissato per il 7 giugno, prolungando così lo stato di incertezza politica che caratterizza il paese sudamericano.
A turbare la regolarità del processo elettorale sono stati i disordini organizzativi che hanno impedito a più di 50mila cittadini di recarsi alle urne nella giornata del 12 aprile, soprattutto nelle zone della capitale Lima. La causa è stata attribuita a gravi carenze nella distribuzione del materiale elettorale nei seggi interessati. Molti aventi diritto hanno trascorso ore in attesa senza riuscire a votare, costringendo l'autorità elettorale peruviana (Jne) a prolungare le operazioni fino alle 18 del giorno successivo. Il capo dell'ente, Roberto Burneo, ha già annunciato l'avvio di procedimenti legali contro la società responsabile dei ritardi.
Le reazioni dei candidati hanno sottolineato le profonde fratture nel dibattito pubblico. Keiko Fujimori, figlia dell'ex presidente Alberto Fujimori condannato per crimini contro l'umanità, ha espresso solidarietà ai cittadini privati del diritto di voto. López Aliaga ha invece colto l'occasione per esortare i suoi elettori a votare nei giorni della proroga, sfruttando tacticamente il caos organizzativo a suo vantaggio attraverso un appello pubblicato sui social network.
L'estensione dell'incertezza sino a giugno arriva in un momento critico per il Perù, alle prese con una crescente ondata di violenza criminale e pressioni geopolitiche crescenti legate alla competizione sino-americana nel continente. Quale terzo produttore mondiale di rame, il paese rimane strategicamente rilevante negli equilibri regionali. La successione di otto presidenti negli ultimi otto anni ha già erodito notevolmente la fiducia nelle istituzioni presso una popolazione sempre più sfiduciata e lontana dai processi democratici formali.