Un documento governativo russo trapelato al Financial Times rivela gli autentici timori del Cremlino di questi ultimi mesi. Il primo ministro russo Mikhail Mishustin aveva presentato l'analisi lo scorso aprile a un ristretto gruppo di fidati consiglieri, tra cui Sergey Karaganov, ex responsabile dell'immagine internazionale di Putin e sostenitore dell'uso della minaccia nucleare verso l'Europa, e il filosofo ultranazionalista Alexandr Dugin. Il documento esprimeva una preoccupazione concreta: le sanzioni occidentali stavano erodendo la leva economica e commerciale che Mosca tradizionalmente utilizza per mantenere il controllo sui territori della cosiddetta "macroregione russa", cioè gli ex Stati sovietici.

In quel momento, ad aprile, il panorama geopolitico era ancora incerto. Trump non era ancora tornato alla Casa Bianca, l'intervento militare russo in Ucraina risultava bloccato, il rublo crollava sui mercati internazionali. Nessuno poteva prevedere il cambio di scenario che sarebbe avvenuto pochi mesi dopo. Eppure il governo russo già identificava il vero problema: la perdita progressiva di controllo politico ed economico sui Paesi che una volta orbitavano nell'orbita sovietica, con la lingua russa come unico filo conduttore rimasto dopo quasi cinquant'anni di Cortina di ferro.

Ora la situazione è radicalmente cambiata. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca e il riconoscimento da parte americana della Russia come superpotenza globale, il Cremlino intravedere nuovamente la possibilità concreta di un mondo ordinato secondo sfere di influenza, esattamente come accadde nella Conferenza di Yalta nel 1945. Le voci che circolano nei siti vicini al governo russo suggeriscono che Putin stia effettivamente prospettando a Trump una nuova spartizione dell'Europa. È il vecchio sogno moscovita: recuperare il potere perduto con il crollo dell'Unione Sovietica e esercitarlo sui Paesi che ne facevano parte, utilizzando pressioni economiche, ingerenze politiche e la connessione linguistica e culturale che ancora lega questi territori alla Russia.

La Moldavia rappresenta il primo obiettivo dichiarato. Questo piccolo Paese è già vittima da tempo di pesanti interferenze russe e rappresenta un banco di prova ideale per testare fino a dove Mosca può spingersi nell'arena internazionale senza incontrare resistenze decisive. I segnali che provengono da Mosca sono inequivocabili: solo pochi giorni fa il celebre conduttore televisivo Vladimir Solovyov, voce ufficiale della propaganda di Stato, ha pronunciato pubblicamente una frase rivelatrice durante la sua trasmissione in prima serata: "Perché non formare una coalizione militare tra noi e gli Stati Uniti, dividendoci l'Europa?" Non è tanto l'assurdità apparente della proposta a contare, quanto il fatto stesso che sia stata pronunciata pubblicamente, proprio per sondare la reazione dell'opinione pubblica russa e testare fino a dove lo stesso Cremlino può spingersi nelle sue ambizioni. Si tratta di un segnale: il sogno dell'impero perduto torna a circolare negli ambienti di potere moscoviti, e questa volta potrebbe trovare condizioni internazionali favorevoli.