Una svolta epocale attende il Venezuela nel settore estrattivo. L'Assemblea nazionale, con oltre l'80% di deputati appartenenti alla coalizione chavista, ha approvato in prima lettura una legge mineraria destinata a trasformare radicalmente il rapporto tra lo Stato e gli investitori privati nel Paese sudamericano. La riforma rappresenta un cambio di rotta significativo rispetto alla politica estrattiva seguita per oltre due decenni.

Il nuovo provvedimento, analizzato da Reuters, segna la fine dell'era della legge mineraria del 1999 promulgata da Hugo Chávez durante il suo primo mandato. La norma attuale prevede che imprese sia locali che estere possano partecipare direttamente all'estrazione di risorse strategiche come l'oro, i diamanti e le terre rare, materiali cruciali per l'economia globale contemporanea. Una delle modifiche più rilevanti riguarda la durata delle concessioni, che passerebbero da un massimo di venti anni a ben trenta anni, sebbene i depositi minerari rimangano formalmente di proprietà dello Stato.

Il governo ad interim guidato da Delcy Rodríguez ha inserito questa riforma all'interno di un più ampio pacchetto di misure economiche volte a rilanciare un'economia caratterizzata da anni di stagnazione e difficoltà. La proposta include anche l'introduzione di nuovi criteri per la tassazione delle attività estrattive e contempla il ricorso ad arbitrati internazionali qualora sorgessero controversie tra le società estrattive e l'amministrazione statale, una disposizione che potrebbe facilitare gli accordi con le multinazionali.

Prima di diventare effettivamente operativa, la legge deve ancora superare una seconda votazione in Assemblea, seguita dalla firma della presidente ad interim e dalla pubblicazione ufficiale sulla Gazzetta della Repubblica. Questo iter normativo riflette l'importanza politica del provvedimento e la volontà di procedere secondo le procedure costituzionali, nonostante la chiara maggioranza a favore della riforma.